STUDI BIBLICI
 
 

   Lezioni sulla ...
             Lettera ai Romani

Edoardo Labanchi
   
( 10 Lezioni )  
 Introduzione e prime due lezioni
 
Introduzione

La Lettera ai Romani non presenta particolari difficoltà né quanto alla sua attribuzione all’apostolo Paolo – fatto or- mai universalmente accertato – né quanto al luogo di composizione, che si ritiene sia stato Corinto. Infatti probabilmente il Gaio a cui ci si riferisce in 16:23 è lo stesso menzionato in I Corinzi 1:14; inoltre nello stesso versetto è menzionato Erasto, tesoriere

 

 

della città, personaggio che potrebbe essere l’Erasto di cui si parla in un’iscrizione trovata appunto a Corinto. Nel testo è menzionata anche Febe, diaconessa di Cencrea, una città vicina a Corinto (16:1).

Quanto alla data di composizione, la Lettera deve essere stata scritta probabilmente tra la fine del 56 e il 57 d.C., anno più, anno meno. Infatti in 15:25 e segg. L’Apostolo fa riferimento alla colletta per i credenti poveri di Gerusalemme, e da ciò che afferma deduciamo che essa era già pronta per essere portata a Gerusalemme. Dunque la Lettera ai Romani è stata scritta pochi mesi dopo la seconda Corinzi, cioè appunto attorno al 56/57.
Esiste tuttavia un problema testuale che è ancora

 
 

aperto e riguarda gli ultimi due capitoli della Lettera. Sembra infatti che nel   II e III secolo sia circolata una recensione più breve della Lettera senza i capitoli 15 e 16. La stessa Lettera, così come l’abbiamo oggi nel Canone, sembra avere varie “conclusioni”: 15:13; 15:33; 16:25-27. Alcuni manoscritti (ma non i più antichi e migliori) hanno 16:25-27 dopo 14:23, come per concludere la Lettera. A questo proposito Tertulliano (160:250 circa d.C.), nel V libro della sua opera, contro Marcione, fa riferimento al capitolo 14 della Lettera ai Romani come alla sua “conclusione”: “avrà detto Cristo, sì o no: ‘Io non sono venuto a distruggere la Legge, ma a compierla?’ Invano si è affaticato a negare questa affermazione l’uomo del Ponto: se il Vangelo non ha compiuto la Legge, ecco che la Legge compie il Vangelo. Meno male che nella conclusione (della Lettera ai Romani) minaccia il tribunale di Cristo, evidentemente giudice e vendicatore, evidentemente appartenente al Creatore, certamente intimando di acquistarsi meriti presso Colui che ordina che si debba temere, anche se predicasse un altro dio” (contro Marcione V,14:14). E’ probabile che qui Tertulliano abbia usato una recensione abbreviata dallo stesso Marcione, che, date le frequenti citazioni veterotestamentarie nel capitolo 15 ed il valore attribuito a tutto l’Antico Testamento in 15:4, aveva eliminato dal suo “canone” gli ultimi due capitoli – almeno questo è ciò che afferma Origene nel suo commento alla Lettera ai Romani (pervenutaci nella versione latina di Rufino). Infine è interessante notare che nel papiro 46 (P.46, Chester Beatty, del III secolo) la Lettera termina in 15:33 con la dossologia che oggi abbiamo alla fine del capitolo 16. Non è dunque possibile che l’ edizione di Marcione, senza i capitoli 15 e 16, circolando negli ambienti cristiani, abbia lasciato delle “tracce” nella tradizione manoscritta?

Comunque sia, per una più dettagliata discussione su questo argomento, rimando gli interessati alle introduzioni più ampie alla Lettera.

Perché l’apostolo Paolo scrisse questa Lettera ai Romani? Essa si presenta infatti più come un trattato che come una lettera con cui l’Apostolo affronta e risolve particolari difficoltà d’una determinata chiesa locale. Tuttavia è nel capitolo 15 – specialmente i vv. 22-24-28 e segg. – che, a mio avviso, troviamo la risposta al nostro quesito. Paolo voleva infatti spostare ad occidente il campo del suo ministero apostolico e probabilmente fare di Roma la base delle sue “operazioni”, come Antiochia lo era stato fino ad allora. E’ naturale, quindi, che abbia voluto prendere contatto con la chiesa che già esisteva a Roma, esponendo i punti cardinali della sua predicazione. L’Apostolo avrà profeticamente intuito l’importanza che la chiesa di Roma avrebbe avuto per la diffusione del Vangelo in Occidente.

Quanto al suo contenuto, possiamo dividere la Lettera ai Romani in due grandi parti: la prima, che abbraccia i primi 11 capitoli, è di carattere prevalentemente dottrinale e può riassumersi con il noto versetto: “il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (6:23, Riveduta); la seconda parte, che comprende i capitoli 12-16, è di carattere morale e contiene esortazioni a vivere in maniera coerente con il proprio stato di figliuoli di Dio: le buone opere sono la conseguenza necessaria della fede.

Quanto al metodo seguito in queste lezioni, poiché non possiamo esporre dettagliatamente questa Lettera fondamentale nella teologia cristiana, dato il tempo limitato a nostra disposizione, useremo il metodo dei “versetti-chiave”. Ogni lezione si baserà particolarmente su un versetto-chiave o fondamentale nello sviluppo del pensiero paolino, in modo che più versetti letti e studiati insieme formino come un discorso chiaro e ben articolato. Inoltre tratteremo solo la parte più strettamente dottrinale, senza però trascurare certe basilari implicazioni di ordine morale.

Per quanto riguarda le citazioni bibliche, verrà man mano indicata la versione italiana usata; quando non vi è alcuna indicazione significa che la versione è mia.


Lezione I

Dopo i consueti saluti ed un riferimento al suo ministero apostolico (“appartato per diffondere l’Evangelo di Dio”, v.1), Paolo subito parla del proposito di svolgere la sua opera missionaria anche a Roma (v.15), poiché il suo ministero abbraccia coloro che sono di cultura greca e tutti gli altri (i “barbari”, v.14) indistintamente.

Dal versetto 16 l’Apostolo entra già nel vivo dell’argomento, affermando la sua tesi fondamentale:

Io non mi vergogno dell’Evangelo. Infatti esso è potenza di Dio per ognuno che crede, prima di tutto dell’Ebreo e poi anche del Greco. Infatti la giustizia di Dio si manifesta in questo che la salvezza nasce dalla fede, è alimentata dalla fede (cioè porta sempre più alla fede), come è scritto:”Il giusto vivrà di fede” (I:16-17).

Nella prima parte del passo si asserisce la possibilità, offerta da Dio, per chiunque crede, di accedere alla salvezza, cioè di entrare in “buoni rapporti” con Dio – in pratica di essere accettati da Lui come figliuoli mediante la fede in Cristo. Per la seconda parte è necessario spiegare subito alcune espressioni.

La giustizia di Dio (dikaiosùne Theoû) è qui l’attività salvifica di Dio in quanto conforme alle Sue promesse. In altri termini, Dio conosce bene le condizioni degli uomini ed ha preparato un rimedio opportuno ed efficace. Questa “giustizia di Dio” si manifesta nel fatto che la salvezza nasce, scaturisce dalla fede in Cristo e si alimenta continuamente di questa fede. Questa è la nostra interpretazione della difficile espressione greca del testo “ek pìsteôs eis pìstin” (alla lettera “da fede verso, o alla fede”). Quest’ipotesi interpretativa si basa sul senso della citazione di Abacuc 2:4, “Il giusto vivrà di fede” (ek pìsteôs). Sembra che qui l’Apostolo voglia affermare che il “giusto” – cioè colui che è in un giusto rapporto con Dio, nel senso che è a Lui gradito – vive, rimane tale, per una fede costante, che anzi cresce continuamente. Insomma, per essere giusti, non basta un atto iniziale di fede, ma una fede permanente e vivente che porta buoni frutti. Infatti in greco è attestato l’uso dell’espressione “zên ék tinos”, vivere di qualcosa, un “qualcosa” (nel nostro caso, la fede) che è sempre necessario per la vita. Aver fede in Cristo, quindi, è un modo di essere e di operare che deve rinnovarsi e migliorare continuamente, che deve essere alimentato affinché “il giusto viva” – perché se si trae indietro”, dice il Signore, “l’anima mia non lo gradisce” (Lettera agli Ebrei 10:38 – qui lo scrittore usa la versione greca detta “Septuaginta”; si veda anche Galati 3:11).

Questo dunque è il piano di Dio per gli uomini, piano che ha il suo fulcro nella persona ed opera di Gesù Cristo e che deve essere accettato così com’è da coloro che vogliono essere graditi a Dio e divenire Suoi figliuoli. In fondo, il resto della Lettera non è altro che un commentario a questi versetti fondamentali.


Lezione II

Pur avendo conosciuto Dio, non Lo hanno riconosciuto come Dio né Lo hanno ringraziato, anzi sono divenuti stolti (o si sono ingannati), dandosi a (vani) ragionamenti, per cui lo stolto cuore loro s’è oscurato” (1:21).

Dopo aver dichiarato la sua tesi, l’Apostolo passa a dimostrarla. Inizia quindi con un’analisi della situazione del genere umano nei confronti di Dio, dal punto di vista conoscitivo e morale.

Gli uomini possono avere, in teoria, una certa conoscenza di Dio. Infatti dall’ordine che si riscontra nella natura, si può risalire ad un Ordinatore-Creatore, e avere almeno una idea di alcune sue qualità, come la potenza (“dynamis”, vv.19-20). In realtà questo non è avvenuto, soprattutto per la depravazione morale dell’umanità – particolarmente, ma non esclusivamente, a causa della superbia ed immoralità sessuale – ha oscurato il “cuore” degli uomini, o, meglio, tutto il loro essere, dato che qui “cuore”, kardìa, come “leb” in ebraico, indica il centro della personalità. A causa di questo atteggiamento, gli esseri umani hanno “peccato”, cioè secondo il termine biblico “amartàno”, non hanno “colto nel segno”, hanno agito contro l’ordine stabilito da Dio, rifiutando la possibilità offerta loro di conoscere ed amare il Creatore. Il peccatore è un fallito. Dio quindi ha lasciato che gli uomini seguissero la via che si erano scelta – e questa è stata la punizione peggiore.

A livello filosofico-teologico abbiamo in questa parte della Lettera ai Romani il problema della possibilità di una conoscenza di Dio, prescindendo da una rivelazione particolare. Abbiamo detto problema in quanto ci si domanda fino a che punto, anche in teoria, l’uomo possa veramente “conoscere” Dio. Comunque sia, data la corruzione radicale del genere umano dopo il peccato di Adamo (come verrà spiegato in seguito), questa è solo una possibilità teorica, che si è realizzata solo molto parzialmente. Non v’è dubbio che, secondo irrefutabili testimonianze, nel mondo greco-romano, ad esempio, si arrivò ad affermare l’esistenza di una Causa prima e d’un Ordinatore potente dell’universo (sebbene mai un Creatore nel senso ebraico-cristiano) – si pensi a Platone, Aristotele, Plotino. In Oriente si sono avuti fenomeni analoghi – si pensi a certe filosofie prevalenti in India. Tuttavia con concezioni a volte elevate sono mescolate idee confuse e oscure, superstizioni e riti d’ogni genere, persino immoralità (si veda, ad esempio, il “Convito” di Platone, capitoli 33 e 34, dove è riflessa la triste situazione descritta dall’Apostolo Paolo in Romani 1:26-27).

Non si deve però pensare che Paolo qui parli solo dei “cattivi” – siano essi Gentili o Ebrei (cap. 2-3:1-8) – e che egli ammetta quindi la possibilità dell’esistenza di “buoni” per natura. No, il suo giudizio è generale e radicale: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”. Affermazione scandalosa questa, secondo la cosiddetta “morale comune”, la morale dei “benpensanti”, che “pur affermando di essere saggi, sono diventati stupidi” (Romani 1:22). Affermazione corrispondente al vero però, alla luce della giustizia di Dio, l’unico che ha il diritto di stabilire ciò che non lo è.


(Le prossime due lezioni tra breve...)


Centro Studi Teologici – Grosseto © 2007

 
   

     

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