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aperto
e riguarda gli ultimi due capitoli della Lettera. Sembra infatti
che nel II e
III secolo sia circolata una recensione più breve della Lettera
senza i capitoli 15 e 16. La stessa Lettera, così come l’abbiamo
oggi nel Canone, sembra avere varie “conclusioni”: 15:13;
15:33; 16:25-27. Alcuni manoscritti (ma non i più antichi
e migliori) hanno 16:25-27 dopo 14:23, come per concludere la Lettera.
A questo proposito Tertulliano (160:250 circa d.C.), nel V libro
della sua opera, contro Marcione, fa riferimento al capitolo 14
della Lettera ai Romani come alla sua “conclusione”:
“avrà detto Cristo, sì o no: ‘Io non sono
venuto a distruggere la Legge, ma a compierla?’ Invano si
è affaticato a negare questa affermazione l’uomo del
Ponto: se il Vangelo non ha compiuto la Legge, ecco che la Legge
compie il Vangelo. Meno male che nella conclusione (della Lettera
ai Romani) minaccia il tribunale di Cristo, evidentemente giudice
e vendicatore, evidentemente appartenente al Creatore, certamente
intimando di acquistarsi meriti presso Colui che ordina che si debba
temere, anche se predicasse un altro dio” (contro Marcione
V,14:14). E’ probabile che qui Tertulliano abbia usato una
recensione abbreviata dallo stesso Marcione, che, date le frequenti
citazioni veterotestamentarie nel capitolo 15 ed il valore attribuito
a tutto l’Antico Testamento in 15:4, aveva eliminato dal suo
“canone” gli ultimi due capitoli – almeno questo
è ciò che afferma Origene nel suo commento alla Lettera
ai Romani (pervenutaci nella versione latina di Rufino). Infine
è interessante notare che nel papiro 46 (P.46, Chester Beatty,
del III secolo) la Lettera termina in 15:33 con la dossologia che
oggi abbiamo alla fine del capitolo 16. Non è dunque possibile
che l’ edizione di Marcione, senza i capitoli 15 e 16, circolando
negli ambienti cristiani, abbia lasciato delle “tracce”
nella tradizione manoscritta?
Comunque sia, per una più
dettagliata discussione su questo argomento, rimando gli interessati
alle introduzioni più ampie alla Lettera.
Perché l’apostolo
Paolo scrisse questa Lettera ai Romani? Essa si presenta infatti
più come un trattato che come una lettera con cui l’Apostolo
affronta e risolve particolari difficoltà d’una determinata
chiesa locale. Tuttavia è nel capitolo 15 – specialmente
i vv. 22-24-28 e segg. – che, a mio avviso, troviamo la risposta
al nostro quesito. Paolo voleva infatti spostare ad occidente il
campo del suo ministero apostolico e probabilmente fare di Roma
la base delle sue “operazioni”, come Antiochia lo era
stato fino ad allora. E’ naturale, quindi, che abbia voluto
prendere contatto con la chiesa che già esisteva a Roma,
esponendo i punti cardinali della sua predicazione. L’Apostolo
avrà profeticamente intuito l’importanza che la chiesa
di Roma avrebbe avuto per la diffusione del Vangelo in Occidente.
Quanto al suo contenuto, possiamo
dividere la Lettera ai Romani in due grandi parti: la prima, che
abbraccia i primi 11 capitoli, è di carattere prevalentemente
dottrinale e può riassumersi con il noto versetto: “il
salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è
la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore”
(6:23, Riveduta); la seconda parte, che comprende i capitoli 12-16,
è di carattere morale e contiene esortazioni a vivere in
maniera coerente con il proprio stato di figliuoli di Dio: le buone
opere sono la conseguenza necessaria della fede.
Quanto al metodo seguito in queste
lezioni, poiché non possiamo esporre dettagliatamente questa
Lettera fondamentale nella teologia cristiana, dato il tempo limitato
a nostra disposizione, useremo il metodo dei “versetti-chiave”.
Ogni lezione si baserà particolarmente su un versetto-chiave
o fondamentale nello sviluppo del pensiero paolino, in modo che
più versetti letti e studiati insieme formino come un discorso
chiaro e ben articolato. Inoltre tratteremo solo la parte più
strettamente dottrinale, senza però trascurare certe basilari
implicazioni di ordine morale.
Per quanto riguarda le citazioni
bibliche, verrà man mano indicata la versione italiana usata;
quando non vi è alcuna indicazione significa che la versione
è mia.
Lezione I
Dopo i consueti saluti ed un riferimento
al suo ministero apostolico (“appartato per diffondere l’Evangelo
di Dio”, v.1), Paolo subito parla del proposito di svolgere
la sua opera missionaria anche a Roma (v.15), poiché il suo
ministero abbraccia coloro che sono di cultura greca e tutti gli
altri (i “barbari”, v.14) indistintamente.
Dal versetto 16 l’Apostolo
entra già nel vivo dell’argomento, affermando la sua
tesi fondamentale:
“Io non mi vergogno
dell’Evangelo. Infatti esso è potenza di Dio per ognuno
che crede, prima di tutto dell’Ebreo e poi anche del Greco.
Infatti la giustizia di Dio si manifesta in questo che la salvezza
nasce dalla fede, è alimentata dalla fede (cioè
porta sempre più alla fede), come è scritto:”Il
giusto vivrà di fede” (I:16-17).
Nella prima parte del passo si
asserisce la possibilità, offerta da Dio, per chiunque crede,
di accedere alla salvezza, cioè di entrare in “buoni
rapporti” con Dio – in pratica di essere accettati da
Lui come figliuoli mediante la fede in Cristo. Per la seconda parte
è necessario spiegare subito alcune espressioni.
La giustizia di Dio (dikaiosùne
Theoû) è qui l’attività salvifica di Dio
in quanto conforme alle Sue promesse. In altri termini, Dio conosce
bene le condizioni degli uomini ed ha preparato un rimedio opportuno
ed efficace. Questa “giustizia di Dio” si manifesta
nel fatto che la salvezza nasce, scaturisce dalla fede in Cristo
e si alimenta continuamente di questa fede. Questa è la nostra
interpretazione della difficile espressione greca del testo “ek
pìsteôs eis pìstin” (alla lettera “da
fede verso, o alla fede”). Quest’ipotesi interpretativa
si basa sul senso della citazione di Abacuc 2:4, “Il
giusto vivrà di fede” (ek pìsteôs).
Sembra che qui l’Apostolo voglia affermare che il “giusto”
– cioè colui che è in un giusto rapporto con
Dio, nel senso che è a Lui gradito – vive, rimane tale,
per una fede costante, che anzi cresce continuamente. Insomma, per
essere giusti, non basta un atto iniziale di fede, ma una fede permanente
e vivente che porta buoni frutti. Infatti in greco è attestato
l’uso dell’espressione “zên ék tinos”,
vivere di qualcosa, un “qualcosa” (nel nostro caso,
la fede) che è sempre necessario per la vita. Aver fede in
Cristo, quindi, è un modo di essere e di operare che deve
rinnovarsi e migliorare continuamente, che deve essere alimentato
affinché “il giusto viva”
– perché se si trae indietro”,
dice il Signore, “l’anima mia non lo gradisce”
(Lettera agli Ebrei 10:38 – qui lo scrittore usa la versione
greca detta “Septuaginta”; si veda anche Galati 3:11).
Questo dunque è il piano
di Dio per gli uomini, piano che ha il suo fulcro nella persona
ed opera di Gesù Cristo e che deve essere accettato così
com’è da coloro che vogliono essere graditi a Dio e
divenire Suoi figliuoli. In fondo, il resto della Lettera non è
altro che un commentario a questi versetti fondamentali.
Lezione II
“Pur avendo conosciuto
Dio, non Lo hanno riconosciuto come Dio né Lo hanno ringraziato,
anzi sono divenuti stolti (o si sono ingannati),
dandosi a (vani) ragionamenti, per cui
lo stolto cuore loro s’è oscurato”
(1:21).
Dopo aver dichiarato la sua tesi,
l’Apostolo passa a dimostrarla. Inizia quindi con un’analisi
della situazione del genere umano nei confronti di Dio, dal punto
di vista conoscitivo e morale.
Gli uomini possono avere, in teoria,
una certa conoscenza di Dio. Infatti dall’ordine che si riscontra
nella natura, si può risalire ad un Ordinatore-Creatore,
e avere almeno una idea di alcune sue qualità, come la potenza
(“dynamis”, vv.19-20). In realtà questo non è
avvenuto, soprattutto per la depravazione morale dell’umanità
– particolarmente, ma non esclusivamente, a causa della superbia
ed immoralità sessuale – ha oscurato il “cuore”
degli uomini, o, meglio, tutto il loro essere, dato che qui “cuore”,
kardìa, come “leb” in ebraico, indica il centro
della personalità. A causa di questo atteggiamento, gli esseri
umani hanno “peccato”, cioè secondo il termine
biblico “amartàno”, non hanno “colto nel
segno”, hanno agito contro l’ordine stabilito da Dio,
rifiutando la possibilità offerta loro di conoscere ed amare
il Creatore. Il peccatore è un fallito. Dio quindi ha lasciato
che gli uomini seguissero la via che si erano scelta – e questa
è stata la punizione peggiore.
A livello filosofico-teologico
abbiamo in questa parte della Lettera ai Romani il problema della
possibilità di una conoscenza di Dio, prescindendo da una
rivelazione particolare. Abbiamo detto problema in quanto ci si
domanda fino a che punto, anche in teoria, l’uomo possa veramente
“conoscere” Dio. Comunque sia, data la corruzione radicale
del genere umano dopo il peccato di Adamo (come verrà spiegato
in seguito), questa è solo una possibilità teorica,
che si è realizzata solo molto parzialmente. Non v’è
dubbio che, secondo irrefutabili testimonianze, nel mondo greco-romano,
ad esempio, si arrivò ad affermare l’esistenza di una
Causa prima e d’un Ordinatore potente dell’universo
(sebbene mai un Creatore nel senso ebraico-cristiano) – si
pensi a Platone, Aristotele, Plotino. In Oriente si sono avuti fenomeni
analoghi – si pensi a certe filosofie prevalenti in India.
Tuttavia con concezioni a volte elevate sono mescolate idee confuse
e oscure, superstizioni e riti d’ogni genere, persino immoralità
(si veda, ad esempio, il “Convito” di Platone, capitoli
33 e 34, dove è riflessa la triste situazione descritta dall’Apostolo
Paolo in Romani 1:26-27).
Non si deve però pensare
che Paolo qui parli solo dei “cattivi” – siano
essi Gentili o Ebrei (cap. 2-3:1-8) – e che egli ammetta quindi
la possibilità dell’esistenza di “buoni”
per natura. No, il suo giudizio è generale e radicale: “Tutti
hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”.
Affermazione scandalosa questa, secondo la cosiddetta “morale
comune”, la morale dei “benpensanti”, che “pur
affermando di essere saggi, sono diventati stupidi”
(Romani 1:22). Affermazione corrispondente al vero però,
alla luce della giustizia di Dio, l’unico che ha il diritto
di stabilire ciò che non lo è.
(Le prossime due lezioni tra breve...)
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