"Archeologia Biblica..."
 
 
 
         
 
 
di Roberta Biagiotti Mencarelli 
   
   



LA TORRE DI BABELE

         Perché occuparsi di archeologia biblica? E' la domanda che mi sono posta quando ho cominciato ad appassionarmi all'argomento; mi sono chiesta se potesse davvero essere utile ad un credente conoscere, appunto, l'archeologia biblica. La risposta verrà da sola, man mano che dissotterreremo insieme i grandiosi, superbi regni che sono entrati nell'imperscrutabile piano di Dio già a partire da molti secoli fa. Personalmente, devo confessare di essere rimasta affascinata dall'estrema accuratezza storica che la Bibbia ha rivelato di possedere proprio alla luce delle recenti scoperte archeologiche ? una luce che è mancata all'umanità per tantissimo tempo. Infatti per 1850 anni dopo la nascita di Cristo, i Cristiani hanno creduto "sulla parola" alla verità storica dei racconti biblici. L'archeologia non era ancora una scienza, e quella biblica non esisteva nemmeno. Ed è un fatto che in tutti questi secoli la verità di quei racconti era considerata assolutamente sacra: nessuno si sarebbe sognato di attaccarla. Ma arrivò il XVIII secolo ? il secolo dei "lumi" ? e la critica e il dubbio della ragione cominciarono a dominare su tutto ciò che riguardava Dio; molti teologi e storici passarono al vaglio della cosiddetta "alta critica" i racconti dell'Antico Testamento, decretandoli esagerati e inattendibili come documenti storici ? in pratica, pie leggende!Lo stesso spirito critico animò i filosofi e teologi del XIX e XX secolo. Sarà stato forse un caso che quando ormai il dubbio stava diventando inarrestabile, emergessero dalla terra le prove della verità storica degli avvenimenti raccontati dagli Autori biblici ? ? prove che per millenni erano rimaste nascoste, sepolte sotto metri di terreno desertico, invisibili ad occhi inesperti. Le terre che erano state teatro di quegli avvenimenti erano ormai ridotte ad un piatto deserto, da cui emergeva qua e là solo qualche strana collinetta che nulla rappresentava per i beduini che vi sostavano, i quali, fedeli seguaci di Allah, ignoravano le parole della Bibbia che descrivevano quelle terre. Diciamolo pure: senza l'intervento di menti occidentali, tutto sarebbe rimasto com'era: sepolto!

         Siamo nella famigerata Iraq di Saddam Hussein, ma d'ora in avanti parleremo sempre della "Mezzaluna Fertile", che si estendeva dal Mediterraneo al Golfo Persico, irrigata da due fiumi leggendari che hanno visto, sulle loro sponde, eventi storici straordinari: il Tigri e l'Eufrate. Siamo, cioè, in Mesopotamia, la terra, appunto, tra due fiumi. E' qui che ebbe origine il grande Diluvio, che seppellì civiltà già evolute e fiorenti, ed è qui che altre civiltà cominciarono a ricostituirsi dal momento in cui i discendenti di Noè ripopolarono la zona. Sappiamo anche da Genesi 9:20 che uno di loro, Cam, commise un brutto atto di irriverenza nei confronti del padre Noè, attirando la maledizione di Dio sulla propria discendenza.

         Fra gli eredi maledetti di Cam, la Bibbia dà un risalto particolare ad un certo Nimrod, nipote di Cam: " Cus (figlio di Cam) generò Nimrod, che cominciò ad essere potente sulla terra. Eglifu un potente cacciatore davanti al Signore: perciò si dice 'come Nimrod, potente cacciatore davanti al Signore'. Il principio del suo regno fu Babel, nel paese di Scinear. Da quel paese andò in Assiria e costruì Ninive" (Genesi 10:8ss). Nimrod, dunque,fu un leader che cominciò ad emergere, a signoreggiare ed in cui dominava lo stesso spirito negativo che era stato nei giganti, uomini potenti e rinomati, prima del Diluvio (Genesi 6:4). La Versione Greca dei Settanta lo definisce "un potente cacciatore contro (non davanti) il Signore". Fu fondatore di città e Babele fu la prima. Fu, molto probabilmente, anche l'architetto di un'opera maestosa che sorse all'interno di Babele: "Etemenanki ? La Torre".

         Dio voleva che, dopo il Diluvio, gli uomini si disperdessero e ripopolassero la terra; Nimrod e i suoi decisero invece che fosse meglio restare tutti insieme ? l'unione fa la forza, ed essi vollero dimostrare a Dio la loro potenza costruendo quella Torre 'Tino al cielo". Uno sforzo immane, una costruzione gigantesca, che però non fu portata a termine, perché Dio pose l'alt e, diversificando i loro linguaggi, li costrinse a non provare più nessun piacere nello stare insieme. E così quegli uomini si dispersero, proprio come avrebbero dovuto fare fin dall'inizio (Genesi 11:1?9). Mi piace, a tal riguardo, ciò che ha scritto Matthew Henry nel suo grande Commentario datato 1704: "Accadde proprio quello che avevano temuto. La dispersione che avevano tentato di evitare si avverò. Anche a noi capita spesso di incappare in quelle situazioni che avevamo cercato di evitare con espedienti vari e non sempre corretti" (Commentario Biblico, ed. A.Consorte, vol. 1, p. 111).

         Ma la città non fu abbandonata. Di Babele, futura Babilonia, sentiremo parlare a lungo; la Torre, però, rimase incompiuta... per un po'! Quella Torre, dunque, è veramente esistita? Alcuni commentatori razionalisti, basandosi sul fatto che l'episodio biblico della Torre non ha alcun riscontro nella letteratura antica babilonese, sostengono che l'autore biblico abbia preso a prestito quell'antichissima città cosmopolita per ambientarvi un racconto immaginario, atto a rivelare un insegnamento ? sullo stile delle parabole di Gesù, tanto per intenderci. Ed è in casi come questo che si rivela l'importanza dell'archeologia biblica.

         Nella primavera del 1899, il cinquantenne archeologo tedesco Robert Koldewey scavava nella zona in cui sapeva ci sarebbero stati i resti dell'antica Babilonia. In poche settimane vi portò alla luce, all'interno delle mura della città, anche i resti di un'antica recinzione a forma quadrata, che altro non era se non il recinto sacro su cui si appoggiavano un tempo tutte le diverse costruzioni adibite al culto babilonese. All'interno di quel recinto murario, Koldewey scopre le fondamenta di una torre. Egli conosceva quali erano state le dimensioni di quella torre dal racconto che ne aveva fatto lo storico greco Erodoto, che aveva visitato Babilonia nel 458 a.C. . La torre che vide Erodoto era ancora in buono stato, con fondamenta larghe 90 metri e 90 metri circa anche di altezza. Il primo piano era di 33 metri, il secondo di 18, il terzo, quarto e quinto di 6 metri ciascuno. In ultimo, con un'altezza di 15 metri, c'era il tempio di Marduk, la divinità suprema di Babilonia, tutto ricoperto d'oro e mattoni azzurri. "Ma ? scrive il Koldewey ? che valore possono avere queste tradizioni di fronte alla chiarezza di visione che acquistiamo a contatto delle stesse rovine, pur così gravemente distrutte! La colossale massa della Torre, che gli Ebrei dell'Antico Testamento consideravano la somma dell'umana presunzione, sorgendo in mezzo ai superbi palazzi sacerdotali, ai capaci magazzini, agli innumerevoli locali per forestieri, pareti bianche, porte di bronzo, minacciose fortificazioni tutt'intorno con alti portali e una selva di mille torri, doveva produrre una fortissima impressione di grandezza e di potenza, come raramente si poteva provare in tutto l'Impero Babilonese! (citato in C. W. Ceram, Civiltà Sepolte, ed. il. Einaudi, Torino 1957, p. 328). Il tempio azzurro e oro di Marduk che risplendeva così in alto, doveva davvero fare un grande effetto sui pellegrini che, venendo da lontano, vedevano la loro maestosa ziqqurat. Sì, perché quella Torre era una delle tante ziqqurat (templi) di cui era costellata l'intera area mesopotamica: monumentali costruzioni a base quadrata, costruite secondo la tecnica della sovrapposizione di più piani a formare terrazze o gradoni, che vanno restringendosi man mano che salgono verso l'alto (incredibilmente molto simili ai templi aztechi e maya dell'America Centrale).

         In realtà, anche in base a notizie forniteci sempre da Erodoto, sappiamo che la Torre di Babilonia era sì una ziqqurat, ma di un'altezza e di una grandezza molto superiori a qualunque altra. Inoltre, lì a Babilonia Etemenanki (la "pietra angolare del cielo e della terra" ? questo è il significato letterale del suo nome) era "il tempio alto" di Marduk, dove non c'era la sua statua, ma, nel santuario sull'ultima terrazza, c'era solo un letto da triclinio, come i divani che anche i Greci e i Romani usavano per mangiare, e davanti a quel sofà c'era una tavola dorata. In questo luogo potevano accedere solo i sacerdoti, attraverso scale segrete che partivano dalla seconda terrazza. Il popolo semplice poteva salire in processione solo fino alla prima terrazza, attraverso le gigantesche scale di pietra poste lungo il fianco della Torre. Ma il santuario dell'ultima terrazza non era accessibile al popolo perché lì, dicevano i sacerdoti, appariva Marduk in persona, e i comuni mortali non avrebbero potuto sostenerne la vista. Rimaneva lassù solo una donna, la prescelta, una notte dopo l'altra, docile al piacere del dio ? o chi per lui! ? che riposava su quel letto. La prostituzione sacra, si sa, era la norma nei templi pagani dell'antichità.

         La statua d'oro di Marduk era invece ospitata in un altro tempio, il "tempio basso", detto Esagila, che era però al di fuori del recinto sacro. Erodoto lo descrive così: "C'è poi nel santuario di Babilonia anche un altro tempio più in basso, dove c'è una grande statua d'oro di Zeus (in realtà, Marduk) seduto e accanto gli sta una grande tavola d'oro, e sia lo sgabello sia il trono sono d'oro. E, a quanto dicono i Caldei, sono stati costruiti con 800 talenti d'oro " (oltre 23 tonnellate d'oro purissimo!). Ora, come non ricordare, a questo punto, le parole che il Signore rivolse al suo popolo mediante il profeta Isaia: "Costoro prelevano l'oro dalla loro borsa, pesano l'argento nella bilancia, pagano un orefice perché ne faccia un dio per prostrarglisi davanti, per adorarlo. Se lo caricano sulle spalle, lo trasportano, lo mettono sul suo piedistallo; esso sta in piedi e non si muove dal suo posto; benché uno gridi a lui, esso non risponde né lo salva dalla sua afflizione. Ricordatevi di questo e mostratevi uomini! 0 trasgressori, rientrate in voi stessi ! Ricordate il passato, le cose antiche; perché Io sono Dio, e non ce n'è alcun altro; sono Dio e nessuno è simile a me" (Isaia 46:6?9).

         Erodoto, poi, fa esplicito riferimento ad una Torre: l'In mezzo al tempio si erge una torre massiccia, che misura uno stadio sia di lunghezza sia di larghezza, e su questa torre è posta un'altra torre e su questa un'altra, fino a 8 torri. La strada che vi sale è costruita all'esterno a spirale, e circonda tutte le torri..." (per le citazioni di Erodoto si veda Erodoto, Storie 1,181 e 183; ed. Rizzoli, Milano 1984, vol. 1, pp. 273-277).

         Ogni grande città babilonese aveva la sua ziqqurat, ma nessuna, per dimensioni, fu mai simile alla Torre di Babele. Per costruirla ci si avvalse certamente del lavoro degli schiavi, così com'era accaduto per le piramidi egiziane. Ma ci fu qualcosa di sostanzialmente diverso: le grandi piramidi erano costruite da un sovrano, durante la sua vita, unicamente per sé, per la sua mummia, mentre generazioni di regnanti si adoperarono per la costruzione di questa Torre. E mentre nessuno si mosse per ricostruire o riempire di nuovi tesori le piramidi egiziane devastate dal tempo e dai saccheggiatori, la Ziqqurat babilonese fu sempre ricostruita e nuovamente ornata. L'abbandono, le intemperie e gli stessi nemici avevano certamente distrutto l'antica torre lasciata incompiuta al momento del miracolo della confusione linguistica; secoli dopo, però, altri re si accinsero a ricostruirla nello stesso posto, in ricordo di quella antica. A tal proposito leggiamo le parole in cuneiforme lasciate da Nabupolassar, re di Babilonia e padre di quel Nabucdonosor di cui parla Daniele: "A quel tempo Marduk mi ordinò di piantare solidamente le fondazioni della Torre di Babele (che prima di me si era indebolita ed era presso a crollare) nel grembo della terra, mentre la sua cima doveva innalzarsi fino al cielo". E Nabucdonosor, suo figlio, prosegue: "Mi accinsi a costruire la cima di Etemenanki, perché gareggiasse col cielo (citato in Ceram, Civiltà Sepolte, ed. cit. p.326).

         Ci troviamo ancora dinanzi allo spirito di Nimrod!

         Sovrani assiri come Sargon, Sennacherib, Assurbanipal, avevano infatti assalito Babele e distrutto anche la prima torre; i due re babilonesi l'avevano però ricostruita. Ciro Il di Persia (l'unto del Signore di Isaia 45), che si impadronii della città nel 539 a.C., fu il primo conquistatore che non distrusse la Torre, affascinato com'era dalla sua grandiosità, tanto da voler far costruire la propria tomba nella forma di una ziqqurat in miniatura, una piccola Etemenanchi che ancora esiste, sola nel deserto vicino all'antica Persepoli. Il suo successore Serse, però, non ebbe lo stesso riguardo e ridusse la Torre in macerie, le stesse che trovò Alessandro Magno quando entrò in Babilonia, dove poi morì. Di Etemenanchi si persero le tracce fino all'arrivo di Koldewey.

         Costruita parzialmente, distrutta, ricostruita e ancora distrutta, ma, a quanto pare, la storia di Etemenanchi non si è ancora conclusa. Infatti Saddam Hussein, che ha già ricostruito le mura di Babilonia e alcuni suoi templi, sembra che stia cercando di ricostruire anche la Torre. Un altro tiranno su Babele, un altro Nimrod.

 

   
 
Home  |  Articoli