ARCHEOLOGIA BIBLICA
 
 
  Al Louvre
Roberta Biagiotti Mencarelli  
   
   
 
Ero al Louvre l'estate scorsa, il giorno in cui l'Europa tremava di fronte allo spettatolo della cima della Torre Eiffel in fiamme. Parigi è meravigliosa e certamente vale i 1300 kilometri di macchina per arrivarci, ma io ero spinta da un desiderio primario: vedere con i miei occhi quello che da anni vedo solo fotografato nei libri di archeologia... e chiaramente un viaggio in Iraq era fuori discussione!

Entrare nella Salle Mesopotamie del Museo del Louvre è stata davvero un'improvvisa immersione nel mondo di città perdute nella notte dei tempi. Persino i rumori del sempre affollatissimo salone d'entrata, posto proprio al di sotto della famosa piramide di vetro, si sono fatti di colpo lontani, ovattati, e l'atmosfera da turismo di massa si è improvvisamente rarefatta. Nessuna colonna di giapponesi ha disturbato la mia visita al reparto mesopotamico, forse poco attraente per i tanti distratti turisti preoccupati soprattutto di inseguire le indicazione per la scontatissima Monna Lisa di Leonardo.

Il primo impatto è stato con il mondo sumerico, più scuro di quanto mi aspettassi: stele, statue, obelischi, tutto di lucida diorite nera, fittamente decorata dalla più complessa delle scritture cuneiformi, quella antichissima degli oltre 1500 segni. Sono tutte testimonianze ritrovate dagli archeologi francesi nella città di Susa, ma provenienti, come bottino di guerra, dal mitico regno di Akkad fondato da Sargon il Vecchio, la cui capitale - Akkad appunto - non è stata ancora disseppellita. Ed è un vero peccato, visto che si trattava di una città così famosa per il suo splendore da essere citata ripetutamente dai popoli limitrofi nei loro annali del III millennio a.C., e il cui nome era così prestigioso da essere in seguito preso a prestito dai conquistatori Babilonesi, che si fregiarono del titolo di re di Akkad fino alla conquista persiana.

 


Gli Akkadi erano i semiti che avevano reso lo sfilacciato mondo delle città-stato sumere un regno compatto, che però, dopo meno di un secolo, sarebbe crollato sotto i colpi dei Gutei dei Monti Zagros, il cui più famoso esponente è sicuramente il sovrano Gudea di Lagash, che infatti troneggia nero e solenne nel centro del salone sumerico del Louvre.


( Gudea di Lagash)

 

Ma ciò che avrei visto dopo, era davvero unico: nel centro di una sala particolarmente luminosa adiacente alla zona Akkad, la luce del sole batteva dritta (e certo non casualmente) sulla stele nera più famosa della storia dell'archeologia: il Codice di Hammurabi, datato 1700 circa a.C., una
colonna di basalto altadue metri e incisa con le famose, antichissime leggi per un certo verso così simili a quelle date da Dio a Mosè, pur essendo quelle divine posteriori di diversi secoli. Sulla sua sommità si vede, il grande sovrano babilonese che riceve il Codice dalle mani del dio sole Shamash. Se la stele era di sicuro effetto, ciò che la contornava lo era molto di più: cinque enormi Lamassi, ossia i mitologici tori alati androcefali, alti quattro metri ritrovati vicino a Ninive dall'archeologo francese Paul Emile Botta nel 1843. 1 Lamassi venivano posti all'entrata dei principali palazzi assiri, perché si credeva che tenessero lontani i démoni. Pur essendo severamente vietato, non ho potuto fare a meno di toccare tanta meraviglia, incredibilmente intatta nonostante i millenni sotto terra. Ho ancora negli occhi l'immagine anacronistica di mia figlia in jeans e zainetto che passava con noncuranza fra i due altissimi tori dalla faccia umana completa di barba, che 2600 anni fa stavano a guardia dell'entrata del palazzo di Sargon II, il distruttore del regno d'Israele, a Khorsabad, l'antica Dur-Shurrukin (Forte di Sargon) ossia la capitale nuova di zecca che il sovrano assiro volle farsi costruire nella pianura del Tigri, 15 chilometri a nord di Ninive.
 


( Stele di Hammurabi)
Nel 717 a.C. Sargon vi fece erigere un fastoso palazzo, di cui ho visto le preziose tavolette d'oro, d'argento, di bronzo, lapislazzuli e avorio che il re fece collocare in cofanetti di pietra posti agli angoli della reggia e contenenti, oltre al suo nome, anche le maledizioni del dio Assur contro coloro che avessero osato distruggere l'opera del re d'Assiria. Opera che peraltro nessuno toccò, ma che fu abbandonata, mai abitata, alla morte di Sargon stesso. A migliaia di chilometri da Ninive, sovrani persiani come Dario I e Serse I (l'Assuero biblico) compivano lo stesso rito con altre tavolette poste agli angoli dei loro palazzi, nella splendida città di Persepoli, anch'essa di nuova fondazione (vedi "Riflessioni" n. 63). Il Louvre, a tal proposito, offre lo spettacolo unico di un enorme capitello a forma di toro, uno fra i sessanta che si trovavano sulla cima delle altrettante colonne alte 20 metri che svettavano nell'Apadana, la sala delle udienze, datata 510 a.C., dei sovrani di Persepoli. L'effetto è grandioso, anche perché ampliato dallo spettacolo degli arcieri di Dario -gli immortali - che circondano il capitello, solenni sul loro sfondo di mattoni smaltati verde acqua.

Molto probabilmente, un tempo quei mattoni dovevano essere blu, del blu cobalto che ha reso nota un'altra antica città, la favolosa Babilonia sull'Eufrate, dissotterrata nel 1899 dall'archeologo tedesco Robert Koldewey (vedi "Riflessioni"

 
    n.59). Ed è proprio perché i Tedeschi arrivarono per primi sul sito di Babilonia, che il Louvre possiede della città un solo reperto, un leone alato su sfondo azzurro che faceva parte dei tanti animali mitologici che sovrastavano la Via Processionaria che, dalla Porta di Ishtar, conduceva all'area sacra della città, dove svettava la mitica torre templare del dio Marduk.
Ho cercato, ma di Babilonia non c'era altro, così come di Ninive. Della fastosa città di Sennacherib, il Louvre mostra solo alcuni bassorilievi delle guardie del figlio Assurbanipal, che ornavano le rampe d'accesso alla reggia, risalente al 645 a.C. Anche a Ninive, infatti, gli archeologi francesi sono arrivati tardi, battuti sul tempo dall'inglese Henry Layard, che la riportò alla luce nel 1850 (vedi "Riflessioni" n. 61).

Vedere tutte insieme tante testimonianze di capitali antiche appartenenti a popoli diversi, fa risaltare il fatto che la loro arte era certamente molto simile, tranne che per una eccezione. In mezzo a tanti visi solenni, arcigni o addirittura crudeli come quelli dei guerrieri assiri, il Louvre offre infatti il contrasto curioso di una figura d'alabastro, di medie dimensioni, assisa su un seggio di vimini, le mani giunte in grembo: è Ebin, il funzionario di una città che contende ad Ur dei Caldei la palma della più antica della storia, si tratta di Mari.
Nel nostro percorso di disseppellimento di antiche civiltà più o meno strettamente legate alla storia biblica, mi sono accorta di aver trascurato una città antichissima, al cui confronto Ninive e Persepoli erano "moderne".

Sto parlando, appunto, di Mari, il cui regno occupava, nel III millennio a.C., la parte nord occidentale della Mesopotamia, comprendendo due località ben note nell'Antico Testamento e cioè Caran dove Abramo, ormai lontano da Ur, abitò con la sua famiglia prima di entrare in Canaan (Genesi Il), e Naor, la patria di Rebecca, la moglie di Isacco (Genesi 24:10). Di questi luoghi della Genesi nulla si è saputo fino al 1933, anno in cui lungo le rive dell'Eufrate, al confine fra Siria ed Iraq, su una collina chiamata Tell Ariri, alcuni arabi che stavano scavando una fossa per seppellire un congiunto, disseppellirono per puro caso una statua mutilata che consegnarono ad un ufficiale francese di stanza nella zona, il quale a sua volta avvertì il Louvre.

Gli archeologi parigini capirono subito l'importanza della scoperta e, in breve tempo, cominciarono a dissotterrare i resti di un'evolutissima civiltà amorrea che si era sviluppata in Mesopotamia contemporaneamente a quella dei Sumeri di Ur. Per quarant'anni l’archeologo francese Andrè Parrot scaverà nel sito di Mari, che diventerà la sua ragione di vita, tanto che alla fine poté asserire di conoscere meglio i quartieri di Mari che quelli di Parigi. Ai primi cauti colpi di piccone, uscì dalle macerie una piccola statua in pietra dal volto sorridente, con una iscrizione sulla spalla destra; il cuneiforme era ormai conosciuto e così gli archeologi lessero: "Lamgi-Mari son io ... Re di Mari ... che offre la sua statua a Ishtar". Dopo quattromila anni, riemergeva dal buio un sovrano della mitica città di Mari, che giaceva sotto di lui e che le iscrizioni assire e babilonesi nominavano, oltre che per la grandezza e prosperità commerciale, anche come la decima città fondata dopo il Diluvio!

Gli abitanti del Regno di Mari erano conosciuti come pacifici commercianti, per nulla attratti dalla vita militare. Ben presto Parrot porterà alla luce il tempio della dea della fecondità lshtar, una delle venticinque divinità adorate a Mari; poi sarà la volta delle case e infine di una costruzione grandiosa, la famosa reggia di Zimri-Lin, l'ultimo sovrano di Mari. Con le sue 260 sale e cortili, è riconosciuta come l'edificio più spettacolare del terzo millennio a.C. I palazzi di Babilonia e di Ninive impallidiscono al confronto. Negli archivi della reggia di Mari, gli archeologi troveranno un'enorme quantità di tavolette in cuneiforme, molte di più di quelle che componevano l'altrettanta famosa biblioteca di Assurbanipal a Ninive. Gli archeologi sono molto "grati" ad Hammurabi di Babilonia, che nel 1760 a.C. conquistò Mari ed incendiò il palazzo reale; il fuoco indurì infatti l'argilla delle tavolette, così che si conservarono intatte e perfettamente leggibili nonostante i millenni sottoterra. In secondo luogo, il palazzo fu dato alle fiamme, in modo che crollasse rapidamente su se stesso, sventando il pericolo che a qualche discendente di Zimri-Lin venisse voglia di ricostruirlo e di insediarvici, ma quella distruzione frettolosa ha fatto anche sì che tutti gli ambienti si siano conservati pressoché intatti sotto le macerie del piano superiore del palazzo. Se Leonard Woolley poté affermare che dopo trentotto secoli avrebbe potuto rimettere in funzione le cucine dei templi di Ur dei Caldei, la stessa cosa avrebbe potuto dire Parrot.

Le tavolette di Mari racconteranno la vita politica, economica e religiosa del regno, e parleranno anche di soggetti biblici, conosciuti dagli archeologi di Parigi, fino a quel momento. solo come una storia non verificata. Vi si parla della tribù dei Beniaminiti, che sembra essere stata un pericolo per la sicurezza dei confini del regno, e poi delle già nominate città bibliche della pianura di Haran o Caran, che verranno finalmente localizzate. Ora, se Abramo è vissuto intorno al 1800 a.C., secondo le indicazioni fornite dagli archivi di Mari, le città di Caran e di Naor erano già fiorenti proprio intorno a quel periodo. Il ritrovamento di città come Ur e Mari hanno confermato ciò che nella Bibbia sembrava più pia leggenda che verità storica!

Mi si passi la polemica, ma devo ammettere che la vista di tanti veli svolazzanti targati Islam, vaganti per le sale mesopotamiche, mi ha fatto pensare all'effetto che può far loro vedere la storia delle proprie terre così esposta nel più famoso museo dell'Occidente, sapendo che solo grazie al duro lavoro degli archeologi europei, che hanno preso sul serio le storie bibliche, l'umanità non ha perso la testimonianza delle sue più profonde origini.

Infine, è d'obbligo spendere una parola anche per il settore egiziano del Louvre, rinomatissimo, ma devo dire un po' deludente per chi abbia visto il Museo Egizio di Torino; di mummie neanche l'ombra e certo gli ambienti modernissimi e asettici molto tolgono al pathos che ci si aspetterebbe anche come logica conseguenza dei tanti films sull'argomento. Fra miriadi di oggetti tutti molto simili tra loro, pur appartenenti alle varie dinastie, il Louvre possiede però un pezzo straordinario, che è impossibile non notare: una faccia strana, dai lineamenti inconsueti; il viso sereno dell'unico faraone monoteista, a quanto pare, dell'antico Egitto E' Amenophis IV, il famoso Akhenaton. Ma quella è una storia tutta particolare, di cui - Dio volendo - parleremo nel prossimo articolo.

 
 


           ( Una ricostruzione di Babilonia )

 
 

SCRIVEVA ANDRE' PARROT NEL 1972 A PROPOSITO Di BABILONIA:

"Tra i documenti scritti, quelli dell'Antico Testamento sono di primaria importanza, poiché Babilonia si è scontrata con Gerusalemme. Ma a differenza di quest'ultima, che è riuscita a sopravvivere malgrado tutte le disfatte storiche e tutte le distruzioni che sembravano definitive alla loro epoca, Babilonia è scomparsa definitivamente. E' questa, del resto,la sorte di tutte le grandi città mesopotamiche, ritornate nella solitudine e nell'abbandono dopo essere brillate come fari per secoli, se non per millenni. Sulla collina di Sion, " la città del gran Re" ( Salmo 48:2 ), è possibile ancora oggi abitare . Nella pianura di Shinear, Marduk, dio della città e dello stato, ha perduto tutti i suoi adoratori. Suo figlio, Nabu, incaricato di fissare i destini, non ha potuto evitare ai suoi fedeli la sorte della statua dai piedi di argilla.
La monumentale effigie, il cui "aspetto incuteva terrore", cadde a pezzi all'urto della pietra misteriosa ed è stata condannata al nulla; divenuta simile alla "pula che si solleva dalle aie in estate", il vento l'ha dispersa'' (Daniele 2:44,45).

( André Parrot, Babilonia e l'Antico Testamento, ed. Paoline, Roma 1973, p. 6 )

 
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