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Rivista
Trimestrale
" RIFLESSIONI "
ANNO
I - NUMERO I
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Vi proponiamo di seguito tutti
gli articoli pubblicati nel primo numero della Rivista Riflessioni.
Vogliamo con questo ripresentare in forma elettronica, a
tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di
leggerli e meditarli, di prenderne visione per un utilizzo
personale e di studio. In particolare trattiamo qui dell'Iddio
di Abrahamo, d'Isacco e di Giacobbe nella nostra storia
alla luce della Parola di Dio. |
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L'IDDIO
DI ABRAHAMO, D'ISACCO E DI GIACOBBE:
DIO
NELLA NOSTRA STORIA |
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Ogni
teologo cristiano serio deve essere anche uno storico,almeno
entro certi limiti. Difatti il teologo cristiano non è
un filosofo che si dà a considerazioni astratte
sulla natura di Dio e sulla sua attività, ma è
uno studioso che riflette sui dati della Rivelazione divina
avvenuta nella storia dell'umanità. Nella Bibbia
infatti si parla di Dio non come di un Essere alla cui
esistenza si giunge attraverso ragionamenti, ma si parla
di Dio come di un Essere vivo che si manifesta nel mondo
e che ha un rapporto tutto particolare con il popolo d'Israele.
Certamente nella Bibbia non si esclude che l'uomo ammirando
l'universo pensi al suo Creatore e lo lodi e ringrazi.
Ma Dio è soprattutto l'Iddio di Abrahamo, d'Isacco
e di Giacobbe, è Colui che si è loro rivelato
ed ha promesso che i loro discendenti avrebbero costituito
un popolo speciale, un popolo "sacerdotale",
che avrebbe avuto la missione di diffondere nel mondo
la conoscenza dell'Unico Vero Dio (Gen. 12:1 segg.; 15:1-6;
Esodo 19:5-6, ecc). In vista di tale missione Dio ha liberato
miracolosamente gli Israeliti dalla servitù egiziana
- un fatto concreto che, dopo la rivelazione ai Patriarchi,
sta alla base della religione d'Israele.
Da
ciò segue che dai pii ebrei (come dai Cristiani
degni di tal nome) i fatti narrati nella Bibbia sono sempre
stati presi sul serio e non sono mai stati considerati
solo dei "miti" esprimenti verità filosofiche
o teologiche. Questo forse può valere per i miti
di altre religioni, ma non certamente per la religione
ebraica e per il cristianesimo, che in essa è solidamente
radicato. Ad esempio, se si potesse dimostrare che l'Esodo
così com'è descritto nella Bibbia non è
mai avvenuto e che non c'è mai stata la rivelazione
del Sinai, oppure che Gesù Cristo non è
risorto fisicamente, gli Ebrei credenti vissuti prima
di Cristo ed i Cristiani sarebbero stati solo dei poveri
illusi ? "i più miserabili di tutti gli uomini",
per usare l'espressione dell'Apostolo Paolo a tale riguardo
(I Cor. 15:19, ma si veda ovviamente tutto il cap.15).
Sottoporre quindi a critica demolitrice buona parte dei
fatti narrati nella Bibbia, in nome di una pseudo-scienza
di bassa lega, e nello stesso tempo cercare di mantenere
in vita una pseudo-teologia biblica, è quanto di
più assurdo possa esservi al mondo.
Ogni
opera deve essere considerata ed interpretata in base
alle intenzioni del suo autore o dei suoi autori. E tali
intenzioni si possono dedurre o dalle dichiarazioni esplicite
o implicite dell'autore, o dall'esame critico dell'opera
in questione. Ad esempio, sarebbe assurdo prendere alla
lettera opere chiaramente allegoriche come il "Pellegrinaggio
dei Cristiano" di John Bunyan o "I Viaggi di
Gulliver" di Jonathan Swift. Nel caso della Bibbia,
pur essendo essa ricca di simboli e allegorie, essa si
presenta soprattutto come opera di storia e di teologia
della storia. ammettiamo anche che alcuni fatti - come
quello della Creazione - sono presentati secondo schemi
narrativi semplici, ma il modo non annulla il fatto, non
ne diminuisce la storicità - almeno non necessariamente.
Nella
Bibbia tutto è "storificato", seppur
in vario modo. L'atmosfera biblica non ha nulla a che
fare con quella fumosa e vaga di altri "libri sacri".
Perfino i primi undici capitoli della Genesi contengono
elementi storici, sempre sottovalutati dai critici, ma
che ai giorni nostri stanno sempre più attraendo
l'attenzione di vari studiosi seri.
Dio
dunque si muove sempre in contesti concreti, umani, anche
se ovviamente agisce come Dio Onnipotente e Onnisciente.
Quello biblico non è quindi un'astrazione metafisica,
ma un Dio vivente che parla con le Sue creature, che interviene
nelle vicende umane quando e come lo ritiene opportuno,
senza per questo interferire continuamente nelle scelte
degli uomini. Infatti, se Dio è Sovrano per diritto
di creazione, tiene pur conto delle scelte che fanno le
sue creature in armonia con o contro la Sua volontà.
Le creature però devono essere pronte ad affrontare
le conseguenze delle loro scelte, che possono anche comportare
un'inimicizia definitiva con il Creatore. In tal caso
non è Dio che si allontana dalle Sue creature,
ma sono le creature che si allontanano dalla fonte della
loro esistenza e sussistenza spirituale e fisica. E tale
allontanamento definitivo è rappresentato molto
concretamente dalla morte fisica. "Mangia pure liberamente
del frutto di ogni albero del giardino, ma del frutto
della conoscenza del bene e del male non ne mangiare,
perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente
ne morrai" (Genesi 2:16,17). "Vedi, Io pongo
oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male;
poiché Io ti comando oggi di amare l'Eterno, il
tuo Dio, di camminare nelle Sue vie, di osservare i Suoi
comandamenti, le Sue leggi e i Suoi precetti, affinché
tu viva e ti moltiplichi e l'Eterno, il tuo Dio,ti benedica
nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso"
(Deut. 30:15-16).
La
morte dunque è fondamentalmente separazione da
Dio-"Ritorna, o Eterno, libera l'anima mia; salvami
per amore della Tua benignità. Poiché nella
morte non c'è memoria di Te; chi ti celebrerà
nel soggiorno dei morti?" (Salmo 6:4-5); "Io
ho gridato a Te, o Eterno; ho supplicato l'Eterno dicendo:
Che profitto avrai del mio sangue se io scendo nella fossa?
Forse che la polvere ti celebrerà? Predicherà
essa la tua verità?" (Salmo 30:9); "Io
dicevo: Nel meriggio dei miei giorni devo andarmene nelle
porte del soggiorno dei morti; io sono privato del resto
dei miei anni! Io dicevo: Non vedrò più
l'Eterno, l'Eterno sulla terra dei viventi; fra gli abitanti
dei mondo dei trapassati, non vedrò più
alcun uomo ... Poiché non è il soggiorno
dei morti che possa lodarti, non è la morte che
ti possa celebrare; quelli che scendono nella fossa non
possono più sperare nella Tua fedeltà. Il
vivente, il vivente, è quel che ti loda, come faccio
io quest'oggi" (Isaia 38:10-11,18,19); si veda anche
il Salmo 88:11 e seguenti.
Questa
sembra sia la sorte comune a tutti gli esseri umani, sebbene
alcuni autori riferiscono i passi su citati ai soli peccatori
(si veda particolarmente il "Commentario Biblico"
edito dalla Voce della Bibbia, Modena 1974). Non mancano
nell'Antico Testamento riferimenti ad una liberazione
dai lacci della morte (ad esempio, Daniele 12:2-3; - avremo
occasione di trattare l'argomento in questa stessa Rivista
- ma rimane il fatto che la morte non è mai vista
nella Bibbia (anche nel Nuovo Testamento) come qualcosa
di bello, attraente, desiderabile in se stesso, perché
la morte rimane sempre "il salario del peccato”
tanto per usare una ben nota espressione paolina (Romani
6:23).
La
disobbedienza a Dio, dunque, non è semplicemente
agire in contrasto con l'ordine naturale, anche se lo
si considera voluto da Dio, ma è soprattutto un'offesa
personale contro un Dio personale. Se si fa la Sua volontà,
si è in comunione con Lui e si ha vita fisica e
spirituale; se non si fa la Suo volontà, ci si
allontana da Lui e si ha la morte fisica e spirituale.
Anche
l'etica biblica dunque è intimamente connessa con
la Persona di Dio. La "conoscenza del bene e del
male" spetta solo a Dio, quale fonte della moralità
(Genesi 2:17; 3:4-5). Un uomo o una donna possiede la
vera "conoscenza del bene e del male" solo quando
pensa ed agisce in sintonia con Dio. E' Dio, e nessun
altro, che stabilisce ciò che è bene e ciò
che è male. Adamo ed Eva peccarono perché
vollero acquistare "la conoscenza del bene e del
male" che aveva Dio e così essere come Lui,
e di conseguenza fare a meno di Lui. Adamo ed Eva furono
i primi a cercare di crearsi una morale autonoma, indipendente
da Dio. Il peccato da allora in poi è sempre consistito
nel rendersi moralmente autonomi rispetto alla volontà
divina. Ha quindi ragione Kierkegaard quando afferma che
“il contrario del peccato non è affatto la
virtù". "Questa - dice il teologo danese
- sarebbe un’opinione in gran parte pagana, che
si accontenta di una misura meramente umana e proprio
non sa che cosa è peccato, non sa che ogni peccato
è davanti a Dio. No, il contrario del peccato è
la fede... Questa è una delle determinazioni più
decisive per tutto il Cristianesimo: che il contrario
del peccato non è la virtù, ma la fede"
(S.Kierkegaard, La Malattia Mortale, ed. Italiana a cura
di Remo Cantoni, Roma 1981,p.76). Fede nel senso di assoluta
fiducia in Dio, da cui dipendiamo in tutto e per tutto
- per il nostro essere, per il nostro sostentamento, per
la moralità, per il presente, per il futuro...
L'etica
biblica quindi è un’etica che si basa essenzialmente
sulla relazione personale del credente con Dio. In altri
termini, nella Bibbia non si afferma: "Tu uomo, devi
agire così e così, perché questo
è conforme alla tua natura umana"; ma si afferma
piuttosto: "Pensa ed agisci così, perché
questa è la volontà di Dio”. "Or
queste sono le leggi che tu porrai dinanzi a loro”,
disse Dio a Mosè riferendosi ad Israele (Esodo
21:1). Del resto, lo stesso Gesù disse ai suoi
discepoli: "Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti"
(Giovanni 14:15). Questo aspetto del rapporto Dio-Umanità
viene accentuato, appunto, proprio nel Cristianesimo.
Nella
Bibbia il male e il bene non sono semplicemente frutto
di ragionamenti che stabiliscono ciò che conviene
all'uomo in quanto tale, ma dipendono esclusivamente dalla
volontà di Dio. Ad esempio, un ragionamento come
quello che fa Aristotele nella suo "Etica Nicomache"
sarebbe del tutto estraneo allo spirito biblico. Per l'illustre
filosofo l'etica deve mirare al raggiungimento dello scopo
fondamentale di ogni essere umano: la felicitò.
Ma in che consiste la felicità? Consiste nell'agire
secondo la propria natura. Ora, la natura umana ha molto
in comune con quella degli animali e dei vegetali, ma
"l'attività dell'anima secondo ragione"
è propria dell'essere umano. "Se così
stanno le cose - dice Aristotele - poniamo che l'opera
propria dell'uomo è una certa vita e precisamente
l'attività dell'anima e le azioni secondo ragione;
dell'uomo eccellente queste stesse, bene e bellamente
compiute. Ciascuna cosa poi è condotta a perfezione
della virtù che le è propria. Se è
così, il bene dell'uomo è attività
dell'anima secondo virtù" (si veda Libro I,
cap.VII, traduzione di Franco Amerio, Brescia 1960).
Tutto
ciò che trova la sua giustificazione all'interno
della realtà, considerata come un insieme di elementi
chiuso in se stesso, è contrario alla concezione
biblica dell'Universo, e della vita umana in particolare.
Ed il tentativo delle moderne filosofie - tra cui principalmente
il Marxismo - è proprio quello di evitare ogni
ricorso al soprannaturale e al Dio della Bibbia, per spiegare
l'origine dell'Universo e del genere umano, e per stabilire
una qualche morale. Ad esempio, per i marxisti "di
stretta osservanza" non può esistere una morale
assoluta, perché non c'è nessun punto di
riferimento assoluto al di fuori della realtà che
conosciamo. Esistono però varie moralità
a seconda del modo in cui gli uomini si procurano i mezzi
di sussistenza: cambiando tale modo, cambiando i rapporti
economici tra gli uomini, cambia la loro morale, la loro
religione, la loro arte, ecc. ."Ciò che essi
sono coincide dunque con la loro produzione, tanto con
ciò che producono quanto col modo come producono.
Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle
condizioni materiali della loro produzione" (Marx
-Engels, L'Ideologia Tedesca, ed. Riuniti, Roma 1972,pag.9).
In tale sistema filosofico ovviamente non c'è posto
per qualsiasi idea di Dio, tanto meno del Dio biblico
-come, del resto, nella morale aristotelica non c'è
posto per Dio, sebbene, come è noto, Aristotele
dimostri l'esistenza di un "primo motore immobile"e
di una "causa prima" della realtà, uomo
compreso.
Anche
nell'ambito cattolico-romano si è cercato di fondare
una "teologia naturale" e quindi un'etica naturale,
prescindendo in qualche modo dalla Rivelazione -è
la "filosofia scolastica” che ha in Tommaso
d'Aquino il suo massimo rappresentante. Si prese come
base l'aristotelismo e si cercò di "cristianizzarlo",
e ne è venuto fuori un prodotto ibrido, una brutta
copia della teologia e morale biblica. Non a caso perfino
il Concilio Vaticano II ha raccomandato che l'esposizione
scientifica della Teologia Morale sia "maggiormente
fondata sulla Sacra Scrittura" (Optatam Totius 16,
ed. Dehoniane, Bologna 1966, 443, n°808).
Senza
dubbio l'Apostolo Paolo sostiene nella Lettera ai Romani
che ogni uomo può arrivare ad ammettere l'esistenza
di Dio: "Quel che si può conoscere di Dio
è manifesto in loro, avendolo Iddio loro manifestato;
poiché le perfezioni invisibili di Lui, la Sua
eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente
sin dalla creazione dei mondo, essendo percepite per mezzo
delle opere sue". Ma questa è una possibilità
solo teorica, nel senso che la maggior parte degli uomini,
"pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato
come Dio né lo hanno ringraziato, ma si sono dati
a vani ragionamenti e l'insensato loro cuore si è
ottenebrato'' (Romani 1:21). E' vero anche che Dio ha
scritto nel cuore dell'umanità una legge, come
ci dice ancora l'Apostolo Paolo in Romani 2:15; ma anche
in questo caso gli uomini hanno "soffocato la verità
con l'ingiustizia" meritandosi l'ira di Dio (Romani
1:18). Difatti "nel suo traviamento, l'uomo non è
che carne" e "i disegni del cuore dell'uomo
sono malvagi sin dalla sua fanciullezza" (Genesi
6:3; 8:21); insomma "Tutti hanno peccati e sono privi
della gloria di Dio" (Romani 3:23).
Senza
una particolare rivelazione divina, dunque, gli uomini
non possono avere una retta conoscenza di Dio e della
Sua volontà -questa è la posizione biblica.
Ed Israele considera un privilegio il fatto che Dio gli
abbia dato, appunto, la "Torah", la Legge: "Interroga
pure i tempi antichi, che furono prima di te, dal giorno
che Dio creò l'uomo sulla terra, e da un'estremità
dei cieli all'altra ci fu mai cosa grande come questa
e si udì mai cosa simile a questa? Ci fu mai popolo
che udisse la voce di Dio parlante in mezzo al fuoco come
l'hai udita tu e che rimanesse vivo? Ci fu mai un dio,
che provasse di venire a prendersi una nazione in mezzo
ad un'altra nazione mediante prove, segni, miracoli e
battaglie, con mano potente e con braccio steso e con
grandi terrori, come fece per voi l'Eterno, l'Iddio vostro,
in Egitto sotto i vostri occhi? Tu sei stato fatto testimone
di queste cose, affinché tu riconosca che l'Eterno
è Dio e non ve n'è altri fuori di Lui"
(Deut.4:32-35).
Non
solo l'ateismo è quindi ovviamente respinto dalla
Bibbia - "lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c'è
Dio" (Salmo 14:1) - ma anche una "teologia naturale"
autosufficiente è inconcepibile. Esempio lampante
è quello di Giobbe e dei suoi amici, le cui concezioni
teologiche dovettero essere corrette da Dio. E la differenza
tra una "teologia naturale" e la Rivelazione
divina viene messa in evidenza proprio da un'affermazione
di Giobbe: "lo riconosco che Tu puoi tutto e che
nulla può impedirti di eseguire un Tuo disegno.
Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo
disegno? ... Si, ne ho parlato, ma non lo capivo; sono
cose per me troppo meravigliose ed io non le conosco.
Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle
domande e Tu insegnami! Il mio orecchio aveva ,sentito
parlare di Te, ma ora l'occhio mio Ti ha veduto. Perciò
mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere"
(Giobbe 42:1-6).
La
Bibbia quindi non è un'opera filosofica ma tratta
della Rivelazione di Dio nella storia. Possiamo trovare
nella Bibbia, specialmente nel Nuovo Testamento, termini
usati in filosofia - logos, hypostasis, morfè,
ecc. - ma sono inseriti in contesti non filosofici, ma
esclusivamente teologici al massimo tali termini possono
servire a formulare dottrine teologiche, ma non condizionano
essi stessi la riflessione teologica degli autori ispirati.
Ne segue che una sana teologia biblica non è affatto
filosofia, ma una riflessione sui fatti, sugli interventi
e sulle rivelazioni di Dio - riflessione che porta alla
formulazione di dottrine, che però non sono conclusioni
filosofiche. La Bibbia non è una grande allegoria
esprimente supposte verità sul "dio dei filosofi".
A tal proposito, così chiaramente Hans Kúnq
definisce le differenze tra il dio dei filosofi, il dio
delle religioni e l'Iddio biblico: "Nel suo complesso
il concetto di Dio elaborato dai filosofi è astratto
e indeterminato. il dio dei filosofi rimane privo di nome.
Egli non si rivela. La fede biblica in Dio è concreta
e determinata. il Dio d'Israele porta un nome ed esige
una decisione. Egli si rivela nella storia per quello
che è: come Colui che sarà guidando, aiutando,
fortificando... La concezione di dio delle religioni nel
loro complesso è certamente determinata, ma contrastante.
Gli dei delle religioni rivelano molti nomi e nature contrastanti.
Sono in antitesi e in contraddizioni tra loro, per cui
non si può credere in tutti contemporaneamente.
Si richiede una decisione giustificata razionalmente.
La fede biblica in Dio è in sé coerente
e insieme giustificata razionalmente, ha inoltre alle
sue spalle una storia plurimillenaria. Per i credenti
il Dio d'Israele è il Dio Uno e Unico, che accanto
a sé non ha alcun altro dio. Egli porta, inconfondibile,
un unico nome: Jahwè; in Lui soltanto l'uomo deve
credere" (H.Kúng, Dio Esiste- ed. Mondadori,
Milano 1979, pp. 696, 697).
Qui
però bisogna intendersi: la Bibbia non dice che
la Rivelazione di Dio contiene sempre elementi incomprensibili
per la nostra ragione -insomma, che Dio Creatore esiste
è ragionevole, ma per il credente il fatto fondamentale
è che Dio si è rivelato nella storia, e
non tanto il fatto che si possa avere una certa idea di
Dio usando la ragione.
L'uso
quindi di concetti filosofici nella spiegazione della
Bibbia ha più danneggiato che aiutato la comprensione
della Parola di Dio.
Ad
esempio, qual'è il senso del nome "Jahwèh",
in Esodo 3:14-15 ? Già la "Septuaginta",
l'antica versione greca dell'Antico Testamento, nel versetto
14, insinuava un concetto filosofico, traducendo con ''Egô
eimì ho ôn'', cioè: "Io sono
Colui che è" o "l'Essente", la frase
ebraica "Ehyeh asher ehyeh", cioè "Io
sono Colui che sono". Nel versetto 15 però,
la Septuaginta ha "Kyrios" (Signore) per Jahwèh;
ciò si spiega col fatto che gli Ebrei già
da quel tempo (metà del 111 secolo a.C.) non pronunziavano
il nome sacro nella lettura delle Scritture sostituendolo
con "Adonay", Signore, appunto.
Il
senso dato tradizionalmente al nome divino è, in
fondo, filosofico: Colui che è per natura suo,
Colui la cui essenza è essere e che quindi è
sempre stato, è e sarà - da qui "l'Eterno"
usato nella Versione Riveduta. Di solito nelle Versioni
moderne "Jahwèh" viene tradotto "Signore",
sebbene, come sappiamo, questa non sia una vera e propria
traduzione del termine ebraico. Agostino d'Ippona così
esprime tale concetto: "E chi è dunque più
di Colui che ha dichiarato al suo servo Mosè: 'Io
sono Colui che sono'; dì ai figli d'Israele: Colui
che è , mi ha mandato a voi'- Ma tutte le altre
essenze o sostanze che conosciamo, comportano degli accidenti
da cui derivano ad esse trasformazioni grandi e piccole.
Dio però è estraneo a tutto questo e perciò
vi è una sola sostanza immutabile o essenza, che
è Dio, alla quale conviene nel senso più
forte e più esatto, questo essere del quale l'essenza
deriva il Suo nome. Perché ciò che muta
non conserva l'essere, e ciò che può mutare,
anche se di fatto non muta, può non essere ciò
che era. Perciò solo ciò che, non soltanto
non muta, ma soprattutto non può assolutamente
mutare, merita senza riserve e alla lettera il nome di
essere" (De Trinitate 5,2,3 - Trad.It. di G.Beschin,
ed. Città Nuova, Roma 1973).
Personalmente
nego che il Signore abbia voluto rivelare a Mosè
e agli Israeliti un concetto così astratto di Dio.
Io penso piuttosto che in Esodo 3:14-15 Dio venga presentato
come Colui che è sempre presente, anzi sempre attivamente
presente dovunque Egli voglia. Infatti Dio è spesso
chiamato Jahwèh in episodi in cui interviene e
dimostra la Suo potenza. Ad esempio, secondo l'ordine
di Dio, così Mosè doveva cominciare il suo
discorso al Faraone per annunziargli il primo flagello:
"Jahwèh, l'Iddio degli Ebrei, mi ha mandato
per dirti: 'Lascia andare il mio popolo, perché
mi serva nel deserto; ed ecco, fino ad ora tu non hai
ubbidito. Così dice Jahwèh: Da questo conoscerai
che Io sono Jahwèh; ecco io percuoterò col
bastone che ho in mano le acque che sono nel fiume ed
esse saranno mutate in sangue" (Esodo. 7:16-17).
Qui Dio dice in pratica al Faraone: "Ti farò
vedere chi sono Io! Io sono sempre pronto ad aiutare gli
Israeliti, perché esisto davvero e sono potente".
Agli stessi Israeliti Dio aveva fatto una promessa: "Io
sono Jahwèh, vi sottrarrò ai duri lavori
di cui vi gravano gli Egiziani ... vi libererò
dalla loro schiavitù... vi farò entrare
nel paese che promisi di dare ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe."
(Esodo 6:6 segg.). Qui ci troviamo, nel testo ebraico,
dinanzi ad un Waw consecutivo, cioè ad una particella
di solito tradotta in italiano con la congiunzione 'W',
ma che a volte è omessa dalla Riveduta, come in
questo caso; esso invece ha non poche volte una notevole
importanza, per capire più a fondo il significato
di una frase o di un periodo. Nel nostro caso specifico,
la traduzione esatta della frase ebraica "Ani Jahwèh
wehozeti"... è questa: "Io sono Jahwèh,
quindi (o conseguentemente) vi sottrarrò, ecc...."
Poiché l'Iddio d'Israele è appunto un Dio
attivamente presente, che interviene davvero a favore
del Suo popolo.
Probabilmente
nell'uso di questo nome divino c'è anche un intento
polemico nei confronti delle divinità venerate
dagli altri popoli, il cui potere era considerato limitato
perfino dagli stessi loro fedeli e circoscritto a ben
precise sfere di influenza. Insomma, gli dèi adorati
dagli altri popoli non erano considerati onnipotenti e
onnipresenti, come lo era in realtà Jahwèh,
l'Unico Vero Dio.
Nella
Bibbia quindi la concezione di Dio non è statica
ma dinamica. Dio non è semplicemente l'architetto
dell'Universo, che una volta costruito l'edificio, se
ne disinteressa; e nemmeno il principio immanente ed operante
nella realtà stessa, un dio di tipo stoico, insomma.
Per questo, secondo la Legge mosaica, l'insegnamento religioso
impartito dai genitori ai figli non doveva essere tanto
di carattere nozionistico, ma piuttosto storico: "Quando
in avvenire, il tuo figliuolo ti domanderò: 'Che
significano queste istruzioni, queste Leggi e queste prescrizioni
che l'Eterno, l'Iddio nostro vi ha date?' Tu risponderai
al tuo figliuolo: 'Eravamo schiavi di Faraone in Egitto
e il Signore ci trasse dall'Egitto con mano potente. Ed
il Signore operò sotto i nostri occhi miracoli
e prodigi grandi e disastrosi contro l'Egitto, contro
Faraone e contro tutta la sua casa. E ci trasse di là
per condurci nel Paese che aveva giurato ai nostri padri
di darci. Ed il Signore ci ordinò di mettere in
pratica tutte queste Leggi, temendo l'Eterno, l'Iddio
nostro, affinchè fossimo sempre felici e ci conservasse
in vita, come ha fatto finora. E questa è la nostra
giustizia: l'aver cura di mettere in pratica tutti questi
Comandamenti nel cospetto del Signore, dell'Iddio nostro,
com'Egli ci ha ordinato" (Deut.6:20-25).
La
sapienza esaltata nella Bibbia non è la sapienza
puramente umana -non è quella esaltata dai filosofi
- ma è la sapienza che si ottiene da Dio.
Dio
quindi è il punto assoluto di riferimento in ogni
campo. E' la fonte del diritto ed a Lui solo spetta il
giudizio e la condanna. Dio può naturalmente delegare
alcuni dei suoi poteri ad uomini da Lui scelti, che dovranno
poi rendere conto a Lui del loro operato.
Nella
Bibbia, dunque, non sono gli Israeliti che giudicano e
condannano o che approvano e lodano, ma Dio. Prova ne
è che gli stessi Israeliti, non esclusi grandi
nomi quali, ad esempio, Davide e Salomone, vengono a volte
giudicati e condannati. Perciò la storiografia
biblica è una storiografia tutta speciale, perché
in essa non vengono affatto taciuti i peccati d'Israele,
assieme ai conseguenti disastri nazionali.
I
re d'Israele, come tutti quelli che coprivano qualche
carica pubblica, non erano buoni o cattivi semplicemente
a secondo delle loro capacità umane, ma a secondo
della loro fedeltà a Dio. Ciò che importa
dal punto di vista biblico è espresso da alcune
formule ricorrenti nei Libri dei Re e nelle Cronache;
ad esempio, "L'anno ventesimo del regno di Geroboamo,
re d'Israele, Asa cominciò a regnare sopra Giuda.
Regnò quarantuno anni in Gerusalemme... Asa fece
ciò che è giusto agli occhi dei Signore,
come aveva fatto Davide suo padre" (1 Re 15:9,10,11);
"L'anno terzo di Asa, re di Giuda, Baasa, figliuolo
di Ahija, cominciò a regnare su tutto Israele...
fece ciò che è male agli occhi dei Signore
e seguì le vie di Geroboamo e il peccato che questi
aveva fatto commettere ad Israele" (1 Re 15:33,34);
"Omri fece ciò che è male agli occhi
del Signore e fece peggio di tutti i suoi predecessori"
(1 Re 16:25); "Ora l'anno terzo di Hosea, figliuolo
di Ela, re d'Israele, cominciò a regnare Ezechia,
figliuolo di Achaz, re di Giuda ... egli fece ciò
che è giusto agli occhi del Signore, interamente
come aveva fatto Davide suo padre" (2 Re 18:1,3),
ecc.... L'importante è quel che è giusto
o ingiusto "agli occhi del Signore", e non agli
occhi degli uomini. Il criterio del giudizio è
al di fuori degli storiografi o dei Profeti d'Israele,
perché è solo di Dio. Gli stessi autori
biblici sono come soggiogati da una Intelligenza e da
una Volontà soprannaturale. Sono come soggiogati
da Dio, i cui giudizi sono insindacabili. L'Iddio biblico
è difatti Colui che giudicò Davide (2 Samuele
11-12) e Salomone (1 Re 11:1-13); è un Dio che
punì Uzza, che "stese la mano verso l'Arca
di Dio e la tenne, perché i buoi la facevano piegare"
(2 Samuele 6:6-7), mentre non punì Aaronne, che
certamente cadde nel compromesso, favorendo la costruzione
del Vitello d'oro (Esodo 32). Un tale Dio è considerato
da molti irrazionale e capriccioso, ma per i credenti
è l'Unico Dio onnisciente e onnipotente, da cui
vale la pena lasciarsi guidare, e che soprattutto è
l'unico degno di essere ringraziato e lodato:
''Alleluia! Lodate Iddio nel suo santuario,
lodatelo nella distesa dove risplende la Sua potenza.
Lodatelo per le sue gesta,
lodatelo secondo la sua somma grandezza.
Lodatelo col suono della tromba,
Lodatelo col saltero e la cetra.
Lodatelo col timpano e le danze,
lodatelo con gli strumenti a corda e col flauto.
Lodatelo con cembali risuonanti,
lodatelo con cembali squillanti.
Ogni cosa che respira lodi l'Eterno! Alleluia.
Edoardo Labanchi
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| Prefazione
all'Antico Testamento |
Alcuni
stimano poco l'Antico Testamento, come cosa data al solo
popolo ebraico, ormai esaurito, che racconta soltanto
storie passate; pensano di avere abbastanza col Nuovo
Testamento ed asseriscono di cercare solo un senso spirituale
nell'Antico Testamento; così hanno ritenuto anche
Origene, Girolamo e molti altri personaggi elevati. Ma
Cristo dice nel Vangelo di Giovanni 5:39, “ Cercate
nella Scrittura, perché essa dà testimonianza
di me”; e Paolo ordina a Timoteo di stare saldo
nella lettura della Scrittura, e dichiara nella Lettera
ai Romani 1:2 che il Vangelo è promesso da Dio
nella Scrittura; nella I Lettera ai Corinzi 15:3 dice
poi che Cristo è venuto dalla stirpe di Davide,
morto e risorto secondo la Scrittura. Anche Pietro ci
rimanda nello stesso modo più di una volta alla
Scrittura. Con ciò ci insegnano a non disprezzare
l'Antico Testamento, ma a leggerlo con ogni zelo, poiché
essi stessi fondano e sostengono risolutamente il Nuovo
sull'Antico, ed a questo si richiamano. Anche Luca negli
Atti degli Apostoli 17 scrive che quelli di Berea studiavano
quotidianamente la Scrittura, per vedere se le cose stavano
come Paolo insegnava. Quanto poco, dunque, è da
disprezzare il fondamento e la prova del Nuovo Testamento,
tanto è da stimare l'Antico Testamento. E cos'altro
è il Nuovo Testamento, se non la manifesta predicazione
e l'annuncio di Cristo, presupposta dalle affermazioni
dell'Antico Testamento e compiuta da Cristo stesso?
Ho
preparato questa prefazione, secondo la mia capacità,
quale Dio mi ha dato, perché anche coloro che non
Lo conoscono tanto abbiano una guida e un ammaestramento
per poterlo leggere con frutto. Prego e ammonisco sinceramente
ogni pio cristiano a non scandalizzarsi dei semplici discorsi
e storie che spesso incontrerà; non dubiti, invece
che, per quanto ciò possa apparire poco, sono sempre
e soltanto parole, opere, giudizi e storie dell'alta divina
maestà, potenza e saggezza. Infatti questa è
la Scrittura che rende stolti i sapienti e gli intelligenti,
ed è comprensibile solo ai piccoli ed ai semplici,
come Cristo dice nel Vangelo di Matteo 11:25.
Abbandona
perciò il tuo modo di pensare e sentire, e tieniti
a questa Scrittura come alla più alta nobile santità,
alla più ricca miniera, che non può mai
essere scavata abbastanza, in modo che tu possa trovare
la divina sapienza, che qui presenta Dio così semplicemente,
per smorzare ogni alterigia.
(da
Martin Lutero, Prefazione all'Antico Testamento, in "Prefazioni
alla Bibbia", ed. Marietti, Genova 1987,pp.3,4).
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| DIO
E DEI |
Polvere!
Tutto è polvere e silenzio... Tutto è immobile...
Il visitatore che passa, non distrattamente, nei corridoi
e nelle ampie sale dei musei del mondo, assiste sempre
alle stesse scene. Oggetti, ornamenti e statue che appartennero
ad uomini come lui, e che ora giacciono nel loro sonno
millenario in vetrinette che sanno più di morte
che di vita! Ed ecco, un poco più in là,
confusi a volte tra gli oggetti più disparati,
quelli che furono i compagni del suo pellegrinaggio e
a volte la disperazione dei suoi giorni: gli idoli!
Facce
mostruose come maschere carnevalesche di terracotta di
oro, di pietra, di avorio, d'argento, di legno lavorato
sapientemente, di cartapesta. Pitture di gran pregio,
figure belle o brutte, appena abbozzate, su pietra, su
tela, su legno... Ma tutte lì immobili, polverose,
silenziose, immutabili!
Ed
ecco qui un piccolo scarabeo sacro, e più in là
una grande statua dei dio Ptah, con la testa del "bue
Api" e, proprio accanto, la figura bronzea di un
faraone nell'atto di compiere un'offerta sacrificale.
Così Strabone fa riferimento al bue Api venerato
a Menfi: " Menfi, la capitale degli Egiziani, è
ricca di templi tra cui quello di Api, il quale è
lo stesso di Osiris: in esso, in un recinto speciale,
viene nutrito il bue Api ritenuto, come dissi, quale dio,
screziato di bianco nel muso e in altre piccoli parti
del corpo, e nero in tutto il resto. E' da sì fatti
segni che si riconosce quello che è adatto alla
successione quando muore quello che prima riceveva gli
onori. Al recinto è annessa una sala, nella quale
si trova pure un altro recinto per la madre del bue; in
quella sala il bue Api viene rilasciato libero per un
certo tempo soprattutto perché possa essere ammirato
dagli esterni. Se lo vogliono però, possono anche
vederlo nel suo recinto dal di fuori, attraverso una finestrella.
E dopo averlo lasciato sbizzarrire un poco, lo riconducono
di nuovo al suo posto stabile. Cotesto tempio di Api è
adiacente all'Efesteo; la mole di questo è sontuosa,
con le proporzioni di un tempio e serve anche per gli
altri dei" (Geographica 17,1,31; testo da N.Turchi,,
Fontes Historiae Mysteriorum, pp.140 ss.; 150s.).
Gli
Egiziani, questo popolo così progredito in tante
cose ancora affascina gli studiosi. E' quindi interessante
riportare qui di seguito ciò che Diodoro Siculo
dice sulla religione di questo popolo: "Gli Egiziani
antichi, osservando il cosmo, meravigliati e colpiti dall'armonia
delle cose, asserirono l'esistenza di due divinità
eterne e primordiali, il sole e la luna, denominando l'una
Osiris e l'altra Isis. Questa loro rispettiva denominazione
corrisponde ad una certa verità; infatti se si
traducono queste parole in lingua greca, Osiris significa
esattamente 'molti occhi' (da osos-id); esso infatti,
mandando ovunque i suoi raggi come molti occhi, osserva
tutta la terra e il mare. Conforme a quanto dice il poeta:
'il sole che tutto vede e tutto ascolta' (Iliade 3,227).
E tra gli antichi mitografi elleni alcuni chiamano Osiris
con il nome di Dioniso e gli danno il soprannome di Lirio.
Fra essi Eumolpo, nell'opera 'Bacchica', scrive, 'Dioniso
fulgido come astro, volto acceso tra i raggi', e Orfeo
scrive: 'Per questo lo chiamano Fanes e Dioniso'. Anzi
alcuni dicono che è anche avvolto da mantello caprino
a motivo del colore vario dell'astro. Quanto ad Isis,
il suo nome significa, a volerlo tradurre, 'antica' derivando
tale appellativo da 'eterno' (aidios) e da 'origine antica'.
Le vengono attribuite le corna e per l'aspetto con cui
si presenta la luna quando è falcata e per motivo
del bue che gli egiziani considerano a lei sacro. Credono
essi che queste divinità regolino tutto il cosmo
e facciano crescere ogni cosa con azione invisibile nelle
stagioni tripartite, primavera, estate e inverno, che
dividono il ciclo dell'anno" (Diodoro Siculo, Bibl.Hist.I,11;
90-20 a.C.).
Ed
ecco qui, scolpito nella pietra, Amenofis IV, Faraone
d'Egitto, che con la sua famiglia adorava soltanto Aton,
l'astro solare. "Rifulgi splendido sull'orizzonte
del cielo/ o Aton vivo, principio di vita! / Quando ti
innalzi sull'orizzonte d'Oriente/ riempi ogni terra della
tua bellezza./ Bello sei e grande, fulgido ed eccelso
su ogni terra; / i tuoi raggi abbracciano le terre fino
al confine delle cose/ tutte, che hai fatto per te./ Essendo
tu re, ti estendi fino al confine di esse./ Le sottometti
al tuo figlio diletto (il faraone) ... / Sei tu che produci
il feto nelle femmine,/ che doni il seme all'uomo,/ che
vivifichi il figlio nel seno della madre,/ che lo fai
cessare dal pianto,/ tu, nutritore nell'utero, che doni
respiro/ per vivificare ogni cosa da te fatta!... Come
sono numerose le tue opere! Sono inafferrabili/ al di
sopra di me!/... Re dell'uno e dell'altro Egitto, che
vive di verità,/ signore di entrambe le terre,
bello; forma del dio Re, uno con Re;/ figlio di Re che
vive di verità, signore glorioso,/ Ah-e-Aton; sia
egli potente in tutta la vita sua!/ La regina grande,
amata da lui, signora di entrambe le terre,/ bella della
bellezza del sole, Neferti-iti,/ viva giovane nei secoli
dei secoli!" (da J.B.Pritchard,Ancient Near Eastern
Texts, pp.369-371).
Sembra
che attorno a questa immagine di Faraone annerita dalla
polvere dei secoli, risuoni ancora il suo canto... Sembra
un canto monoteista, ma non lo è; difatti mentre
lui e la sua famiglia adoravano Aton, i suoi sudditi,
tra tutti gli altri dei, adoravano lui stesso, quale Faraone
d'Egitto, "Figlio di Aton"!
L'inno
ad Aton, che abbiamo in parte riportato, fu scoperto nella
tomba del sacerdote Aye, funzionario dello stesso Faraone
Amenofis IV.
Ed
ecco qui, in un angolo della nostra ipotetica Galleria-Museo,
un cane di terracotta, mostruoso, dalle fauci spalancate
e dagli occhi sporgenti, in atteggiamento minaccioso.
E' la testa del demone Pazazu. Forse veniva seppellito
come i cani di terracotta per tener lontano il male o
veniva appeso al muro delle case in Babilonia.
La
religione babilonese con Anu, re del cielo e capo degli
dèi, Enlil suo figlio, governatore della terra
e re degli dèi, Enki, dominatore delle acque fresche,
e Marduk, suo figlio, patrono di Babilonia, il cui culto
si sviluppò tra il 2000 e il 1000 a.C., costituisce
un complesso politeismo. Infatti a questi si aggiungevano
altri dèi e i demoni e le divinazioni e i miti
e gli spiriti dei morti e l'al di là.
Ed
ecco, in una vetrina-sarcofago, lo stampo di un uomo che
comunica tutta la tragicità del trapasso... E'
uno dei calchi degli scavi di Pompei. Riposa lì,
imperturbabile, pari alle mummie egiziane, da circa 2millenni!
Quanti avvenimenti, quante guerre, quante civiltà
si sono succedute sulla terra, eppure rimane lì
nella stessa posizione, con lo stesso messaggio di morte,
desolazione, distruzione, impotenza! Nulla poterono gli
dèi romani e greci disseminati nella sua terra,
nulla fecero le religioni orientali e misteriche che dalla
Roma imperiale erano arrivate anche a Pompei con i loro
templi, le loro statue ed i loro riti! In tempi molto
più remoti, un'altra città e altre persone
fecero la stessa esperienza di morte e distruzione: Sodoma
e Gomorra!"... I loro idoli sono argento ed oro,
opera di mano d'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno
occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso
e non odorano, hanno mano e non toccano, hanno piedi e
non camminano, la loro gola non rende alcun suono. Come
loro siano quelli che li fanno, tutti quelli che in essi
confidano!" (Salmo 1l5:4-8).
Ma
sono soltanto quelli che si genuflettono davanti agli
idoli quelli che rimarranno "confusi"? C'è
un'antica preghiera dei Pigmei che dice così: "A
te, il Creatore, a te il Potente, offro questo novello
germoglio, nuovo frutto dell'albero antico. Tu sei il
Signore, noi siamo i figli! A te, il Creatore, a te, il
Potente! Guarda il sangue che qui scorre, guarda il bambino
che qui grida, a te questo novello germoglio, nuovo frutto
dell'albero antico". E tutti i presenti ripetono
solennemente con lo stregone e il capo tribù: "A
te, il Creatore, a te, il Potente, a te questo novello
germoglio, nuovo frutto dell'albero antico".
Ma
di che "Creatore" si tratta? Dice a tal proposito
l'Anwander: "Designamo, per religioni di natura,
tre atteggiamenti religiosi fondamentali, conformi alle
tre differenziazioni-tipo (cacciatori, agricoltori, pastori)
delle culture primarie:il teriotropismo, ossia la tendenza
verso gli animali, è più spiccato tra i
genuini popoli cacciatori del geotropismo (inclinazione
verso la terra, latrice dei mezzi di sussistenza) che
è proprio dei sedentari, e dell'uranotropismo (orientamento
verso il cielo), che è tipico dei pastori e degli
agricoltori nella fase più elevata. Presso tutti
(o quasi) questi popoli la scuola storico-culturale mette
in risalto le testimonianze sull'Essere Supremo, le quali
appaiono tanto più evidenti e predominanti quanto
più si risale a fasi di civiltà arcaica
e meno sviluppata). Questo autore però subito sottolinea
che la fede negli esseri supremi convive con il "magismo,
animismo e tabuismo che insidia ed infesta, in varia misura
e grado, il campo della religione dei popoli di natura"
(si veda Anwander, Religione e Religioni ed.Paoline, Alba
1956,pp.428-429).
Mentre
così riflettevo sulle rovine del passato mi son
detto: ma è veramente "passato" quello
che vedo qui racchiuso in vetrinette e nei corridoi e
nelle sale del Museo?
Camminando
per le vie del mondo difatti ho visto le stesse statuette,
gli stessi idoli lo stesso "spirito" grottesco
e bugiardo. Egli vuole a tutti i costi fuorviare l'attenzione,
la ricerca, e quindi l'adorazione degli uomini dal vero
e unico Dio.
Ancora
oggi vi sono religioni misteriche, vi sono concezioni
sincretistiche e panteistiche, orientali e occidentali.
Le stesse decisioni e ricerche del Vero che afflissero
le antiche generazioni, sono presenti nella nostra generazione,
gli stessi grandi interrogativi sull'esistenza umana e
sul principio della vita sono presenti in ugual misura
anche tra noi. Le manipolazioni della genetica e della
chirurgia non erano estranee agli uomini che furono, almeno
nella loro sostanza. insomma, la "Torre di Babele",
come simbolo di insubordinazione e opposizione a Dio,
è ancora viva nell'umanità e noi sappiamo
che lo sarà sempre di più sino all'esasperazione.
Anche oggi vi sono templi e santuari ricchi di oro e argento.
Una schiera di "sacerdoti”, dalla mattina alla
sera incoraggia il popolo a fare sacrifici, a recitare
preghiere e a pagare le sue "indulgenze"!
“A
chi mi assomigliereste? A chi mi uguagliereste? A chi
mi paragonereste, quasi fossimo pari?" - così
per bocca del Profeta Isaia, parla il Signore. "Costoro
profondono l'oro dalla loro borsa, pesano l'argento nella
bilancia; pagano un orefice perché ne faccia un
dio per prostrarglisi dinanzi, per adorarlo. Se lo caricano
sulle spalle, lo portano, lo mettono al suo posto, ed
esso sta in piedi, e non si muove dal suo posto; e benché
uno gridi a lui, esso non risponde né lo salva
dalla sua distretta. “Ricordatevi di questo
e mostratevi, o uomini! 0 trasgressori rientrate in voi
stessi, ricordate il passato, le cose antiche; perché
io sono Dio e non ve n'è alcun altro. Sono Dio
e nessuno è simile a Me, che annunzio la fine sin
dal principio, e molto tempo prima predico le cose non
ancora avvenute; che dico: ' il mio piano sussisterà,
e metterò ad effetto tutta la Mia volontà
’; che chiamo dal levante un uccello da preda e
da una terra lontana l'uomo che effettui il mio disegno.
Sì, Io l'ho detto e lo farò avvenire; ne
ho formato il disegno e l'eseguirò"
(Isaia 46:5-11).
In
fondo, l'idolatria antica e moderna consiste nel farsi
un dio di comodo, un dio a disposizione degli uomini,
un dio che non governa, ma è piuttosto governato,
condizionato dai desideri umani. In tal modo, anche chi
si dice cristiano può essere idolatra, se non ha
una concezione di Dio basata sulla Scrittura. Non dobbiamo
noi dire a Dio come deve essere, ma è Lui che si
è rivelato e si rivela particolarmente nella Sacra
Scrittura. Noi non dobbiamo fare altro che accettarLo
così com'è.
Oltre
a false idee su Dio, però, idolatria può
essere anche "adorare e servire la creatura invece
del Creatore" (Romani 1:25). Una persona, un oggetto
(casa, automobile, conto in Banca, ecc.), tutto può
diventare "dio" e quindi avere per noi un valore
assoluto. E chi fa questo, non può che conoscere
la delusione, il vuoto, quando il suo idolo viene meno.
Ma "noi sappiamo che siamo da Dio e che tutto
il mondo giace in potere del maligno. Ma sappiamo pure
che il Figlio di Dio è venuto e che ci ha dato
intelligenza per conoscere Colui che è il vero
Dio; e noi siamo nel vero, nel Suo Figlio, Gesù
Cristo. E' Lui il vero Dio e la vita eterna. Figliuoli,
guardatevi dagli idoli" (1 Giovanni 5.19-21).
Teofilo
|
| L'IDDIO
DI ABRAHAMO, D'ISACCO E DI GIACOBBE:
DIO
NELLA NOSTRA STORIA |
Che
sei dunque, mio Dio? Che cosa sei, di grazia, se non il
Signore Dio? Infatti chi è Dio tranne il Signore?
0 chi è Dio fuori del nostro?
Sommo,
ottimo, potentissimo, onnipotentissimo, misericordiosissimo
e giustissimo, sempre nascosto o sempre presente; bellissimo
e fortissimo; stabile ed incomprensibile, immutabile,
mentre ogni cosa muti; mai nuovo, mai vecchio; mentre
ogni cosa rinnovi e nella vecchiaia conduci a te i superbi
ed essi lo ignorano.
Sempre
attivo, sempre quieto; raduni e non abbisogni, porti,
colmi e proteggi; crei, nutrisci e perfezioni; cerchi,
mentre niente ti manca. Ami e non divampi; sei geloso
e sicuro; ti penti senza rammarico; ti adiri e sei tranquillo;
muti le opere e non muti il consiglio; prendi ciò
che trovi e che mai avevi lasciato; mai povero e godi
degli acquisti; mai avaro, pur esigendo ad usura; doniamo
con generosità a Te, affinché Tu possa restare
in debito, ma chi ha qualche cosa che Tua non sia? Paghi
i debiti nulla dovendo a nessuno; condoni nulla perdendo.
Cosa
dire, mio Dio, vita mia, mia santa dolcezza? 0 che cosa
mai dice quando qualcuno parla di Te? Guai però
a chi di Te tace; quand'anche tanto se ne parlasse, si
è sempre muti"
(da
Agostino, Le Confessioni 1,4 - trad. It. di M.Capodicasa,
ed.Paoline, Roma 1964, pp.48-49)
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