ARCHEOLOGIA BIBLICA
 
 
  Susa e Persepoli
Roberta Biagiotti Mencarelli  
   
   
  "0 uomo, chiunque tu sia e in qualunque momento tu venga,
poiché io so che verrai
- io sono Ciro -
e conquistai un impero mondiale per i Persiani.
Non invidiarmi questa poca terra che ricopre il mio corpo"
 
Per secoli i passanti hanno potuto leggere questa iscrizione sull'ingresso di una tomba isolata nell'altipiano persiano, piccola, formata da una stanza in pietra issata su sei gradini; nell'interno, un sarcofago d'oro che racchiudeva, in un tempo remoto, le spoglie di un grande sovrano - Ciro di Persia. Per sua esplicita volontà, la propria tomba doveva assomigliare alla torre templare del dio Marduk, che Ciro aveva ammirata al suo ingresso in Babilonia, da lui conquistata nel 539 a.C.; era la torre Etemenanki - la "pietra angolare del cielo e della terra" - più nota come la Torre di Babele (vedi Riflessioni n. 59).
Stiamo parlando del primo grande sovrano della dinastia achemenide (così detta dal nome del fondatore Achemene), che regalò all'antica Persia - attuale Iran - un impero che andava dai confini con l'India alla Palestina, passando per Siria e Babilonia; il re che fu usato da Dio per rimandare a casa il Suo popolo - Giuda - deportato dai Babilonesi e altrimenti destinato ad essere lentamente fagocitato dal mondo orientale fino a perdere la propria identità, così come era già successo ad Israele. Il sovrano che usò una politica altamente illuminata nel trattare i popoli conquistati, non distruggeva, non saccheggiava, non incendiava, rispettava templi e divinità straniere.
Il sovrano che usò una politica altamente illuminata nel trattare i popoli conquistati, non distruggeva, non saccheggiava, non incendiava, rispettava templi e divinità straniere. Onorò perfino il dio Marduk di Babilonia. Difatti un oggetto d'argilla a forma di parallelepipedo, noto come il "Cilindro di Ciro", fitto di iscrizioni in cuneiforme, così recita: "Quando entrai pacificamente in Babilonia e fra tripudio e gioia stabilii nel palazzo dei principi la sede del dominio, Marduk, il
 

grande iddio del luogo, accattivò i cuori dei Babilonesi, mentre io mi facevo premura ogni giorno di adorarlo. La mie numerose truppe si aggiravano pacificamente in Babilonia, e in tutta la Sumeria e l'Accadia non permisi ad alcuno di spargere il terrore... lo sono Ciro, il re di tutti, il grande e potete sovrano, re di Babilonia, re di Sumeria e di Accadia, re delle quattro regioni del mondo" (Ancient Near Eastern Texts relating to the Old Testament, a cura di J. B. Pritchard, Princeton, USA, 1969, p. 316).


                     ( Persepoli: Dario sul trono )

 
                                 ( Rovine di Persepoli )


Lo stesso onore Ciro tributò a Nanna - il dio lunare di Ur dei Caldei; inciso sopra un alto cilindro d'argilla, trovato fra le rovine della città scoperta dall'archeologo inglese Woolley (vedi Riflessioni n. 60) si legge:

"Nanna, colui che illumina il cielo e la terra, col suo cenno favorevole pose nelle mie mani le quattro regioni del mondo. Io riportai gli dei nei loro altari" (ibidem)

Certo non fu la sua idolatria a piacere a Dio, ma sicuramente c'erano in Ciro delle particolarità che fecero dire al profeta Isaia da parte del Signore: "Io dico di Ciro: Egli è il mio pastore; egli adempirà tutta la mia volontà, dicendo a Gerusalemme: 'Sarai ricostruita! 'e al tempio: 'Le tue fondamenta saranno gettate!...' Io camminerò davanti a te... Io ti darò i tesori nascosti nelle tenebre, le ricchezze riposte in luoghi segreti, affinché tu riconosca che Io sono il Signore che ti chiama per nome, il Dio d'Israele... Io ti ho chiamato per nome, ti ho designato, sebbene non mi conoscessi... Io ti ho preparato, sebbene non mi conoscessi... Io ho suscitato Ciro, nella giustizia, e appianerò tutte le sue vie; egli ricostruirà la mia città e rimanderà liberi i miei esuli, senza prezzo di riscatto e senza doni, dice il Signore degli eserciti" (Isaia 44:28 e 45:1-13).

Se Ciro rinunciò alla sua idolatria, non ci è dato di saperlo; sappiamo con certezza solo che, consapevole o meno, adempì alla volontà di Dio. Morì nel 530 a.C. e la tomba fu costruita appunto a Pasargade, la sua residenza reale, la "città dei piaceri", così detta perché, in realtà, non si trattava di una classica città come generalmente intesa.
   
 
La sua cinta muraria includeva infatti solo la reggia, i templi ed i famosi paradeisoi, ossia i magnifici giardini circondati da mura. Erano ovunque nell'intera Persia; ogni satapro (o governatore) faceva a gara con l'altro per coltivare alberi di tutte le specie e permettere agli animali di tutte le razze di vivere nel páiri-daeza, che significa "recinto" e quindi "orto con mura di cinta e siepe". Questo termine persiano diventò così famoso nell'antichità da entrare nel vocabolario biblico - attraverso la Versione greca dei Settanta nella forma grecizzata paràdeisos e poi dei Vangeli per indicare l'Eden originario e il futuro Paradiso. Della città rimangono poche colonne spezzate, ma la tomba di Ciro esiste ancora, isolata, vuota ma intatta e, mi si permetta, di notevole fascino.
Pasargade era però vicina ad un'altra città, che fu portata alla gloria da un altro grande sovrano achemenide, il quale, all'apogeo del suo potere, decise di stabilire la propria residenza in una località chiamata Parsa; il re era Dario I - detto poi "il Grande" - e la città è nota alla storia con il nome che le diedero i Greci: Persepolis - la città dei Persiani. Accanto alle antiche residenze della dinastia achemenide, quali Susa, Ecbatana, Pasargade e la conquistata Babilonia, Dario 1 fece infatti costruire una nuova città, una città "cerimoniale", creata per ospitare i regnanti stranieri durante le grandi feste nazionali e religiose della Persia. Dario volle che la sua città fosse costruita su un terrapieno alto 15 metri, svettante su una pianura ai piedi della "montagna del perdono" a poca distanza da Pasargade. Una doppia scalinata conduceva all'apice della piattaforma su cui sorgeva la città. Chi saliva la scalinata, si trovava improvvisamente di fronte ad una enorme porta monumentale - la Porta delle Nazioni - sorvegliata da colossali tori alati con la faccia umana. Oltrepassata la porta, ci si trovava all'interno della più spettacolare costruzione di Persepoli; era l'Apadana, ossia il "palazzo delle udienze", iniziato sotto Dario e terminato dal figlio Serse 1, i quali, consapevoli del capolavoro, vollero apporre la loro ''firma'' su due lamine d'argento e due d'oro che vennero in origine collocate in sarcofagi di pietra murati negli angoli dell'edificio. Sei file di colonne alte venti metri svettavano nella sala, e sono in parte ancora visibili.

Tutto era stato accuratamente studiato per impressionare i rappresentanti delle nazioni che componevano l'impero persiano: Medi, Elamiti, Egiziani, Battriani, Armeni, Babilonesi, Assiri, Etiopi, Joni, Sciti, Lidi, Indiani, Traci e Arabi, sono tutti splendidamente raffigurati in rilievo nell'atto di salire i gradini delle scalinate monumentali che conduce vano direttamente alla sala delle udienze; tutti in ordinata processione, in fila a portare doni al sovrano achemenide. Dietro l'Apadana, c'erano i palazzi residenziali di Dario e di suo figlio Serse, dove certo non facevano difetto le colonne, a decine, ovunque, le cui basi esistono ancora. Nel grande palazzo di Dario restano ovunque raffigurazioni scolpite che hanno trasmesso ai posteri un quadro pressoché completo di quale doveva essere stata la vita quotidiana in quelle sale. Dario è sempre raffigurato di statura quasi doppia rispetto a quella dei vinti e dei servitori, ritratti nell'atto di salire e scendere scalinate, carichi di vivande per i banchetti del grande re.

In realtà Dario era di stirpe reale ma non diretto discendente di Ciro, e aveva dovuto faticare non poco per raggiungere il trono, vacante dopo il tragico epilogo di un complotto fratricida che aveva visto protagonista Cambise, figlio di Ciro. Ed è grazie alla volontà celebrativa di Dario che la storia e l'archeologia hanno potuto avvalersi di un bassorilievo di importanza grandissima, noto come l'Iscrizione di Behistun; fra le altre cose, vi si legge ancora: "Questo Dario proclama: Tu, che nei giorni futuri vedrai questa iscrizione, che io feci incidere nella roccia, queste figure di uomini, non cancellare e non distruggere nulla! Bada, finché lasci un seme, di conservarle intatte!" (citata in C.W. Ceram - Civiltà Sepolte - Einaudi Editore - 1957- p. 271). E in effetti nessuno mai ha potuto danneggiare questra iscrizione, visto che Dario la fece incidere, a sessantasei metri di altezza, sulla parete scoscesa di una montagna situata sulla grande via carovaniera tra Ecbatana e Babilonia. Consiste in centinaia di righe in cuneiforme, anzi in tre tipi di cuneiforme, come era d'uso fra gli achemenidi; ogni editto reale doveva infatti essere divulgato in tutto il regno in tre lingue: l'accadico (o babilonese) - l'elamico (o di Susa) e il persiano antico. Sopra l'iscrizione, è ancora ben visibile il bassorilievo che raffigura Dario, sempre altissimo, di fronte ai rivali vinti; sopra la sua testa, il disco solare alato simbolo del creatore dell'universo o fondatore della potenza achemenide, nientemeno che il dio Ahuramazda. Eravamo nella prima metà del diciannovesimo secolo, quando l'intraprendenza di un giovane ufficiale inglese, che si calò con corde e arpioni per trascrivere le lettere incise nella roccia, permise agli studiosi del cuneiforme di comprendere che una di quelle lingue era molto simile alla scrittura delle tavolette d'argilla appena rinvenute a Ninive e negli altri siti archeologici della Mesopotamia. La relativa facilità di interpretazione di una delle tre lingue - l'antico persiano - permise di decifrare anche gli altri tipi di cuneiforme, e svelare i segreti di civiltà antichissime fino a quel momento semi-sconosciute.

Ma torniamo a Persepoli. Vicino alla residenza di Dario, svettano ancora i resti di quello che era stato l'ancor più maestoso palazzo di Serse, il figlio, colui che fu la causa prima della fine ingloriosa di Persepoli. Egli, infatti, non fu un politeista sincretista convinto come Dario e Ciro; il suo rispetto per le altre divinità straniere fu pari a zero! In un suo Editto contro i daivas, vietò il culto dei "falsi dei" stranieri, approvando solo quello delle divinità persiane, Ahuramazda soprattutto. Per comprendere meglio il pensiero nazionalista di Serse, basti ricordare che rifiutò di comportarsi, con il conquistato Egitto, nello stesso modo del padre Dario, non volendo accettare il titolo di Faraone d'Egitto, perché ciò avrebbe significato anche onorare gli dèi egiziani; la cosa fu ben compresa dai sacerdoti del bue sacro Api i quali, sul sarcofago preparato per Dario, lasciarono in bianco la zona riservata al nome del figlio suo successore. Non solo. Fonti babilonesi testimoniano che fu ancora Serse a distruggere le mura sacre di Babilonia fatte erigere da Nabucodonosor, e fu lui che ordinò di radere al suolo - ahimè - la torre di Babele, la splendida ziqqurath che sorreggeva il tempio dorato del dio Marduk, di cui fece fondere la statua d'oro purissimo. Erodoto racconta di come Serse abbia distrutto molti templi anche durante la sua avanzata militare in Grecia, compreso il primo Parthenone di Atene!

Anni dopo la sua morte, il ricordo delle sue gesta sacrileghe avrebbe decretato la fine di Persepoli. Il macedone Alessandro aveva già conquistato l'Egitto, aveva preso Tiro, poi Babilonia e infine Susa e Pasargade, che si arresero e che non furono danneggiate. Ma quando arrivò a Persepoli, Alessandro diede uno degli ordini più incomprensibili della storia antica: saccheggiarla e darla alle fiamme!

Forse fu una sorta di premio per le sue truppe o forse, come già accennato, una vendetta per le distruzioni operate da Serse in Grecia; fatto sta che quello splendido gioiello monumentale fu offerto su un piatto d'argento alla furia dei suoi soldati ubriachi. Si dice che ai Greci siano occorsi circa 5000 cammelli e 10.000 coppie di muli per portare via da Persepoli tutte le ricchezze contenute nelle Sale del Tesoro degli Achemenidi. Era il 330 a.C.; Persepoli non sarebbe mai più stata costruita. Ma nonostante l'incendio e i millenni trascorsi, quando, negli anni '30 cominciarono gli scavi archeologici nel sito di Persepoli, i reperti preziosi trovati furono ancora tantissimi.

Vita più lunga ebbe invece l'altra grandiosa città persiana, la splendida Susa, situata ad ovest di Persepoli, sulle rive del biblico fiume Ulai, su quattro colli - o tell - di cui due occupati dagli edifici regali. Fondata nel terzo millennio a.C., ancora esisteva al sorgere dell'Islam, ma senza mai più recuperare il fasto e l'importanza che rivestiva al tempo in cui Dario la scelse come "capitale d'inverno" dell'impero persiano, ossia come capitale amministrativa in alternanza alla città cerimoniale di Persepoli. In realtà, la reggia di Susa era stata già "vista" da Daniele (Daniele 8: 1) in una delle sue visioni, mentre era a Babilonia, a trecento chilometri di distanza, e quasi un secolo prima che fosse abitata da Dario e dal figlio Serse, che altri non era se non l'Assuero di cui parla la Bibbia, colui che sposò l'ebrea Ester.

   
 

Il massimo splendore, in effetti, Susa lo conobbe proprio con i re persiani, che amavano molto trascorrere l'inverno a Persepoli, la primavera a Susa e l'estate a Ecbatana, dove infatti lo stesso Ciro era in "vacanza" quando emanò il già citato Editto che rimandava gli Ebrei in patria. Susa era dunque la residenza invernale dei re achemenidi, e il suo stile architettonico rispecchiò molto quello di Persepoli, con tanto di Apadana dalle decine di colonne. Il palazzo di Serse, dove visse Ester, era l'edificio più sfarzoso. Suo padre Dario lo fece costruire con i cedri del Libano, l'argento dell'Egitto e l'avorio dell'India, ed era il luogo dove venivano tenuti i grandi banchetti del tipo di quello che Serse/Assuero diede al termine dei preparativi per l'invasione della Grecia: " ... il re fece un altro convito di sette giorni, nel cortile del giardino della reggia, per tutto quelli, dal più grande al più piccolo, che si trovavano a Susa, residenza reale. Arazzi di cotone finissimo, bianchi e viola, stavano sospesi, mediante cordoni di bisso e di porpora, ad anelli d'argento e a colonne di marmo. C'erano divani d'oro e d'argento sopra un pavimento di porfido, di marmo bianco, di madreperla e di pietre nere. Si offriva da bere in vasi d'oro di svariate forme, e il vino alla corte era abbondante, grazie alla liberalità del re. " (Ester 1:5-7). Il tutto sullo sfondo del bianco e del viola, dunque, i due colori reali persiani. Anni dopo, nella stessa reggia di Susa, un coppiere ebreo di nome Nehemia, disperato per le notizie disastrose che venivano da Gerusalemme, avrebbe servito un altro re achemenide, Artaserse Il (Nehemia 1: 1). Il palazzo reale di Susa fu distrutto da un incendio proprio durante il suo regno.

   
 

Resti di quella reggia e dell'intera città furono scavati dagli archeologi francesi alla fine dell'Ottocento, scavi che fruttarono un bel bottino al Louvre di Parigi, dove è conservata anche la "perla" che gli archeologi trovarono inaspettatamente, nel 1901, fra le rovine di Susa: il blocco di diorite con su inciso il più famoso codice legale della storia umana: il Codice di Hammurabi! Era stato portato via dalla regione di Babilonia, insieme ad altri reperti antichissimi, da un re di Susa verso il 1100 a.C. e conservato nel giardino di un tempio della città, forse il più antico museo del mondo.

La fine degli Achemenidi segnò anche la fine dello splendore della Persia. Dopo di loro, nonostante il succedersi di altri regni fino all'avvento dell'Islam, la parabola discendente fu inarrestabile. Una delle civiltà più evolute della storia antica perse lentamente il suo primato, per cadere in tempi sempre più bui fino ad una faticosa ripresa in epoca moderna. Dario 111 fu l'ultimo sovrano achemenide, quello che ebbe la sfortuna di scontrarsi faccia a faccia con Alessandro Magno. La conquista, da parte del macedone, delle residenze reali di Susa, Persepoli, Ecbatana e Pasargade segnò gli ultimi attimi di vita del grande impero persiano.

In realtà Alessandro seppe presentarsi bene agli occhi dei Persiani, come un monarca illuminato che sembrava rappresentare l'erede legittimo della dinastia achemenide! Allo scopo di unire Occidente ed Oriente, Alessandro incoraggiò i matrimoni misti fra i suoi ufficiali e le figlie dei nobili persiani, nozze che si celebrarono in gran numero specialmente a Susa. Nel 323 a.C., come è noto, Alessandro però mori a Babilonia, ad appena 33 anni. I suoi generali si contesero l'impero per decenni, fino a che il greco Seleuco, sposandosi con una principessa persiana, diede inizio alla dinastia greco-persiana dei Seleucidi, che non ebbe come capitale nessuna delle "vecchie" città, ma una nuova di zecca - Seleucia - costruita sulla riva del Tigri, nei pressi dell'odierna Baghdad.

Ma poi arrivarono i Parti, che furono costretti a fronteggiarsi con i Romani, stanziatisi lungo l'Eufrate siriano. Per decenni il fiume divise i due imperi, ma alla fine fu Marco Aurelio a vincere. Venne poi il turno dei Sassanidi - che si consideravano gli eredi degli Achemenidi - a scontrarsi con Roma, che questa volta fu sconfitta. La dominazione sassanide durerà per secoli, ma nel 642 d.C. dovrà cedere definitivamente il passo agli arabo-musulmani, che cambieranno per sempre il volto della Persia.

"Sia benedetto eternamente il nome di Dio
perché a lui appartengono la saggezza e la forza.
Egli alterna i tempi e le stagioni;
depone i re e li innalza,
dà la saggezza ai saggi e il sapere agli intelligenti.
Egli svela le cose profonde e nascoste;
conosce ciò che è nelle tenebre, e la luce abita con lui.

Daniele 2:20-22

   
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